La storia del Conte di Montecristo ci continua ad appassionare per più di una ragione: dalla trama articolata alla lunghezza dell’epopea di Edmond Dantès, dagli intrighi tra i personaggi fino alla profondità delle questioni umane affrontate.
Cosa c’è di immortale nel Conte di Montecristo? I divari dell’animo umano, come in ogni grande capolavoro.
Edmond Dantès consuma la sua vita per vendicarsi, consumando anche se stesso.
Quand’è che ci si libera dalla vendetta: quando la si compie?
E cosa significa compiere la propria vendetta: fare giustizia? E fare giustizia cos’è: restituire il male? Esiste quindi una violenza in grado di riscattare il dolore o è solo un analgesico della rabbia? Ma soprattutto: cosa viene dopo la giustizia, la libertà?
“Perdonare significa liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu”, scriveva Lewis B. Smedes: più della giustizia, è il perdono dei torti subiti, delle mancanze provate, delle inefficienze, dei silenzi, delle assenze, degli errori, degli egoismi, a restituire la libertà. Dantès alla fine della sua storia lo capisce, dopo che tocca con mano la devastazione che ha prodotto la sua furia meditata e distillata come un veleno nella vita dei suoi persecutori.
Quale sarebbe stato il giusto peso delle proprie azioni? Esiste capacità di bilanciarsi quando siamo divorati dentro dal dolore di ciò che abbiamo subito? Dopo aver distrutto tutto, insieme alla nostra rabbia, cosa resta? Non la libertà, ma lo spettacolo della nostra cieca devastazione.

La storia di Dantès pone di fronte ai limiti etici ed emotivi della vendetta, le contraddizioni della giustizia che è sempre imperfetta – umana o divina che sia.
Ma quando si riesce a dire basta alla propria rabbia? Qual è il passo per fermarsi un attimo prima della propria strage? Cosa ferma il nostro passo, prima di farci cadere nel vuoto?
Forse essere disposti ad abbandonare quella versione di noi che si riconosce in quella rabbia, in quelle richieste, in quelle pretese e, perché no, in quel sentimento di vendetta o di rivendicazione di essere visti, accettati o addirittura essere rispettati, stimati.
Ma perché costa così tanta fatica dissociarci dall’odio, dalla delusione, dal disprezzo, dalla rabbia?
Perché più di qualsiasi altra emozione, questi sono legami: i nostri sentimenti negativi, più di quelli positivi, ci tengono legati alle cose e alle persone, a doppio filo.
Nella rabbia coltiviamo il legame con l’oggetto che diciamo di disprezzare, ma in realtà incateniamo noi, buttiamo in cella noi, non lui, non lei, né loro. E dall’altro lato, c’è un mondo di perdono faticoso, doloroso, perché ci dice che i primi a perdere qualcosa per poter essere liberi dobbiamo essere noi: non lui, non lei, né loro.
Il perdono cozza con l’idea che abbiamo che la giustizia ci debba ripagare di qualcosa.
Eppure, ripercorrendo la storia di Dantès, la saga della sua vita, della sua ascesa, vendetta e perdizione, la lezione sembra solo una per lui e per noi: che nella violenza, nei silenzi, nei vuoti, non ci sono risarcimenti da restituire, a nessuno – né ai persecutori né ai perseguitati. Perché la violenza è già l’atto ultimo di non ritorno. Dopo la violenza, c’è solo altra violenza. Dopo il passo che facciamo nel vuoto, c’è solo il baratro.
E quindi? Cosa ce ne facciamo della vendetta come forma di giustizia?
Niente. E se già ci hanno delusi, già ci hanno feriti, già ci hanno abbandonati?
Alexandre Dumas lo dice: “Tutta l’umana saggezza sarà riposta in queste due parole: aspettare e sperare”.
E allora, aspettiamo, speriamo. E nel frattempo: dimentichiamo. Gettiamo nell’oblio il male, perché il male va dimenticato. Bisogna intaccare la memoria dei sentimenti, non dei gesti. I gesti vanno ricordati, evitati, screditati, messi al centro del totem dei “mai più”. Il male interiore, invece, va totalmente abbandonato. Il male dentro va dimenticato. Non domani. Ma in ogni momento, oggi. È l’unico modo di liberare i prigionieri: quelli che siamo noi dentro le nostre rabbie, quello che è stato Edmond Dantès per lungo tempo, prima di morire nel Castello di If e diventare il Conte di Montecristo.



