La nostra spazzatura emotiva

È assurdo con quanta facilità siamo in grado di dimenticare cose un tempo essenziali.
Negli ultimi mesi, presa da sovrumani sforzi di lavoro, ho messo da parte tutto.
Mi sono dimenticata di uscire, altre volte di tornare dalla mia famiglia.
Mi sono dimenticata di scrivere, a volte di mangiare.
Impegnata a farmi consumare da un percorso totalizzante, più assimilabile a una gara di resistenza e resilienza che a qualcosa che avrebbe poi dovuto portarmi a uno stipendio, non mi è rimasto neanche il tempo di farmi consumare da una delusione d’amore. Mettere la testa altrove era impensabile: tutti i miei sforzi e la mia esistenza erano convogliati verso un unico obiettivo, che aveva come data di liberazione l’estate.

Così, di quel dolore, di quella delusione, mi sono dimenticata.
Mi capita spesso di dimenticare le cose. Lo faccio anche con la spazzatura.
Mi dico che dovrei buttarla perché il suo odore è insopportabile eppure, anziché scendere di casa e liberarmene subito – o accettare di convivere con un lezzo che mi prende alla gola – decido di fare una cosa diversa: decido di dimenticarmene.
Decido di tenere l’immondizia fuori casa ma esattamente a un passo da me, esattamente fuori la porta, sullo zerbino, sopra una scritta napoletana che dovrebbe scacciare il malocchio e invece prende sulle sue belle parole l’umida e progressiva decomposizione del sacchetto che contiene i rifiuti della mia vita.
Mi dico che così mi ricorderò di buttarli, appena esco.
Succede però, a volte, che io resti chiusa in casa un paio di giorni.
A volte più di un paio. Potrebbero essere mesi, dentro di me.
Lunghi, interminabili.
A essere cancellato è proprio il tempo e lo spazio diventa l’unica dimensione della e nella quale vivere.
Il mio mondo mi assorbe: studio, leggo, faccio chiamate interminabili che mi connettono a persone lontane. Non ho bisogno di uscire. Sto bene, chiusa qui.
Mi dimentico dell’immondizia che mi aspetta a un passo fuori dal microcosmo e il microcosmo diventa il nuovo mondo di pochi metri quadrati.
In effetti di spazio ne basta poco, quando non si sa bene cosa chiedere alla vita e si corre verso una scadenza dagli esiti incerti.
In più, qui dentro l’odore non arriva e la causa di quell’odoraccio è anch’essa dimenticata.

Sul pianerottolo c’è solo un altro singolare nucleo familiare, che ha problemi legati alla puzza maggiori di quelli del mio sacchetto di immondizia, ragione per cui i miei rifiuti vista scale non disturbano nessuno.
Da ciò, mi viene da pensare che questo condominio, in particolare il terzo piano in cui abito, sia il posto perfetto per creare un buco nero dedicato alle cose nauseabonde. Il posto perfetto per le cose che non voglio vedere.

Quindi ecco: quel dolore, quella ennesima delusione di amore, è il sacchetto di immondizia che mi sono dimenticata di buttare.
Mi sono chiusa per mesi pensando ad altro, alla mia sopravvivenza, e quel sacchetto continuava la sua di esistenza, immobile, come se fosse capace di essere eterno, di sopravvivere anche a me: d’altronde, un sacchetto di plastica non impiega forse dai 100 ai 1000 anni a decomporsi?
Memore della sua indistruttibilità genetica, il mio doloroso sacchetto è rimasto lì, a inumidirsi lentamente, a sfaldarsi sulle parole, non quelle vernacolari del mio zerbino, ma quelle che mi sono rimaste sul pelo dello stomaco, quelle su cui ho passato la suola delle mie scarpe mentre uscivo dalla casa di un altro uomo che diceva di amarmi e poi… e poi?
E poi nulla. Il nulla.

Eccola lì, dunque, in tutto il suo splendore: la mia spazzatura emotiva.
Disgustosa, con le teste di pesce delle cene che ho gustato con piacere e che ora emanano un olezzo fetido e rancido; con la polvere che ho sollevato quando ho dovuto spostare i mobili e lavarli dalla memoria di un corpo che era diventato improvvisamente estraneo; con la cacca dei miei animali, uno dei quali nel frattempo è morto: lì dentro c’è anche la sua cacca, di quando era ancora vivo, e questa cosa anziché disgustarmi mi commuove, perché allora il tempo è passato. È passato davvero.

Il tempo, senza badare a spazi e chiusure, anche stavolta ha fatto il suo corso sopra i nostri corpi, sopra le nostre vite, persino sopra la mia spazzatura, dentro la quale sono macerati in silenzio tutti i giorni di un passato che prometteva di essere un nuovo futuro.


Mi accorgo solo adesso che quel sacchetto è rimasto ancora lì, ora che sto per spingermi fuori casa e dentro il mondo, non il mio piccolo mondo, ma quello più grande, spaventoso e spietato.
Con il primo passo fuori casa, per poco non cado dentro la mia spazzatura.
Allora mi fermo e guardo questo sacchetto immondo pieno delle mie delusioni.
Siamo io e lui, soli.
In quel momento scattano delle consapevolezze. In particolare, due.

La prima è che nessuno butterà mai quella spazzatura al posto tuo. E non solo perché di fronte casa tua ci sono persone sporche ma perché, se non lo fai tu, arriverà il momento in cui l’odore impregnerà anche la porta blindata di casa tua e ti arriverà fin dentro le ossa.
Senza accorgertene, puzzerai della tua stessa immondizia. Senza accorgertene, dentro il sacco si formeranno nuove civiltà fungine. Senza accorgertene, quelle civiltà lasciate libere di agire diventeranno i tuoi fantasmi.
È chiaro, quindi, che anche in questo caso hai due strade: o ti liberi di questi futuri fantasmi subito o prenderanno presto il possesso di tutto il pianerottolo, ingoiando te e la fetida famiglia di vicini. Così, in quel buco nero perfetto per le cose nauseabonde finiamo tutti: quel terzo piano in cui abbandonare le cose non l’avevamo forse scelto per nasconderci?

Questa è una possibilità. C’è poi un’alternativa: raccogli quello schifo da terra e capisci che è il tuo schifo.


Il tuo schifo è lì perché di cose ne hai fatte, altrimenti non avresti nulla da buttare.
Altrimenti saresti un sacco vuoto tu stessa. Il tuo schifo ti è caro, ma non abbastanza da conviverci, soprattutto ora che è solo uno schifo. 
Quindi lo alzi e lo raccogli con la maggior pazienza possibile.
Sì, puzza più di prima.
Sì, dovrai lavare anche lo zerbino, sul cui corno rosso fiammeggiante ora sono delle macchie.
Sì, forse sarebbe stato meglio buttarlo subito e fare l’adulta immediatamente. O forse è così che fanno gli adulti, quanto meno quelli che hai visto da bambina: hanno spesso deciso di dimenticare e chissà quanta immondizia c’è ancora di fronte le porte delle loro case a tenerli bloccati dentro.
In ogni caso, questo lerciume va buttato: ogni cosa a suo tempo e il tempo è arrivato.

Tutto ciò che c’era dentro il mio sacchetto, a pezzi distinti, visibili, ciascuno col suo odore, col suo colore, col suo ricordo, si è amalgamato. Ora è solo una poltiglia la mia delusione d’amore, affiancata da altri piccoli dispiaceri.
È così inconsistente che non posso farci niente, neanche compiangerla: posso solo liberarmene. 

Scendo le ripide scale del condominio e arrivo nell’atrio. L’odore viaggia con me e mi si attacca addosso, a ricordarmi che quella roba mi appartiene e che si vorrebbe avviluppare ancora al mio corpo, alla mia mente, per essere inseparabili come una madre col suo bambino.

Apro il portone: il calore improvviso del mondo esterno potrebbe bruciarmi la pelle.
D’istinto mi volto, come se stessi evitando uno schiaffo e bastasse a salvarmi dal disagio di trovarmi dentro un mondo caldo e violento, violento e meraviglioso. 
Mi viene quasi il mal di stomaco ma scendo in strada e inizio a camminare.
Cammino, cammino, fino al secchio dei rifiuti, chiedendomi se il sacchetto non si sfalderà prima, sottile e gravido com’è.
Il secchio in strada è per l’indifferenziato, perché in questa città non si differenzia bene, a volte non si differenzia affatto e d’altro canto neanche noi lo facciamo mai troppo con alcune ferite che abbiamo dentro.

Il sacchetto ha un aspetto malsicuro e una tenuta precaria ma io provo lo stesso a fare un azzardo.
Lo lancio e lo faccio roteare in aria, come se fosse una palla da basket.
Lo lancio lontano e spero di prendere uno spazio ancora vuoto tra due altri sacchi enormi, altrimenti dovrò vedere tutta la mia indicibile immondizia spalmata in strada e Dio solo sa come potrò mai raccoglierla e quali oscenità sarò costretta a vedere di nuovo. 
Trattengo il fiato e penso che sono sempre la solita insolente con i miei sentimenti.
La solita scapestrata, spericolata, fatalista. Mi proteggo troppo, poi mai abbastanza.
C’è un equilibrio? Forse no. Mi convinco che funziona così. E quindi va bene così.

Il mio sacchetto atterra, sano, indenne, trovando il suo spazio tra gli altri sacchi.
Sparisce, diventando solo un rifiuto tra tanti rifiuti.
Faccio per tornare a casa: mi sembra strano avere la mano così libera, libera da questo peso.
Mi sento nuda, vulnerabile: forse quel sacchetto faceva da sentinella alla torre in cui ero rinchiusa, per questo a una parte di me un po’ manca.
Ma quel lancio che gli ho fatto fare, l’ho fatto anch’io insieme a lui: lui per sparire, io forse per volare.

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2 pensieri su “La nostra spazzatura emotiva

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