Attendere

Ci sono diversi modi di attendere.
Nel non-luogo dell’ospedale, l’attesa è la dimensione che scandisce le giornate, insieme alle irruzioni del personale sanitario. Il tempo è a due dimensioni: una di esami, l’altra di cibo.
Persone confuse e disorientate si aggirano in tuta e ciabatte lungo una lingua di corridoio e calcolano la giornata guardando l’arco del sole da una finestra; la sfortuna arriva quando c’è la pioggia, che rompe le lancette del tempo e spezza la giornata in due come una mela: nel taglio dell’acqua, da un lato cade la mattina, dall’altro la sera.

Dico sera e non notte perché in ospedale la notte non esiste: c’è una veglia continua fatta di suoni, di allarmi, di luci bianche che restano accese come le edicole agli angoli delle strade. Il buio è permesso solo dentro, stressato e accartocciato come un foglio di carta macchiato di inchiostro, su cui abbiamo scritto qualcosa che con rabbia stavamo per stracciare, prima di fermarci per la pietà di non volerci distruggere ulteriormente.
Le finestre sono diverse: si aprono ma non del tutto, quel tanto che basta per far capire che il mondo fuori è precluso, per far capire a chi è nell’ospedale che c’è un confine e non può essere valicato. È nel cardine delle finestre che si fissa il regime della estraneità.

Lo spazio è fatto di gradienti di distanza: oltre le finestre, la soglia del cancello a diversi metri assume la forza dei fossati nei fortini medioevali, mentre il cordone di auto e ferro segna il confine tra la Contea ospedaliera e quella cittadina.
Il mondo si allontana a una distanza mai sperimentata prima: ciò che c’è fuori, non appartiene neanche più alla città da cui provieni, ora è solo un altro posto in cui non sei mai stato.
La vita fuori non è invitante, assume un’aria sinistra e ostile.

Forse per questo i vecchi malati non sospirano come le giovani innamorate alla finestra, ma restano appollaiati sull’uscio delle porte del corridoio, rivolti al ventre dell’ospedale: il tempo della loro attesa cancella i connotati del mondo esterno, mentre con gli occhi stanchi cercano il cuore delle risposte per guarire lì, da qualche parte, in una piega delle lenzuola sfatte, nei caratteri stampati di una cartella clinica, tra i bulloni svitati di una barella vuota.

L’arcobaleno in casa

Quando ero bambina e abitavo nella mia vecchia casa, nella stanza dei miei genitori spesso si creava un riflesso multicolore, frutto della rifrazione della luce moltiplicata nel gioco di specchi alti e stretti che coprivano le ante dell’armadio.
Questo riflesso si proiettava su uno dei muri della stanza e spesso assumeva forme diverse a seconda della posizione delle foglie che si muovevano di fronte la finestra, creando un’illusione caleidoscopica che mi incantava.

Non sapevo (e tuttora non so) se qualcuno della mia famiglia, oltre me, avesse mai fatto caso a quel piccolo arcobaleno in casa: per questo decisi, con due fratelli sempre pronti a prendere i miei giochi, di tenerlo per me, come mio personale segreto.

Chiesa di Saint-Michel, Lussemburgo


Perché era un arcobaleno, sì, ma non era come tutti gli altri: questo non spariva con il finire della pioggia e l’asciugarsi dell’aria. Rivendicava la sua totale indipendenza dai turbamenti atmosferici e prendeva le mosse solo dal sole: era lui che seguiva, in tutta la parabola della sua giornata, spostandosi da un punto alto, al soffitto, fino a uno sempre più basso, al pavimento. Solo toccando terra il piccolo arcobaleno finalmente spariva, esattamente come il sole ingoiato dalla propria linea d’orizzonte.
Era affascinante un arcobaleno itinerante, eppure non era questa la ragione per cui lo ritenevo speciale.


L’arcobaleno non si presentava tutti i giorni in casa mia: appariva spesso ma non sempre, elemento che forse mi insegnò fin da piccola a diffidare delle promesse e a confidare nelle attese. Quando questo arcobaleno decideva di presentarsi, lo faceva sempre nel pomeriggio: solo qualche volta, inaspettata, l’arcobaleno poteva replicare la sua traiettoria dentro la mia casa, sotto il mio sguardo. La sua presenza era saltuaria, la sua comparsa appagava la mia attesa: questo mi insegnò lo stupore del raro. Ma non era ancora la ragione per cui mi legai così tanto a quello speciale e privato gioco di luci.

L’arcobaleno per me iniziò a diventare speciale quando decisi di provare a toccarlo, ad afferrarlo. Dallo stupore dello sguardo, decisi di passare alla fame del contatto. Iniziai a poggiare le mani sul muro freddo di casa – abitavo al pianterreno e le mura erano spesse e fredde come la roccia di una grotta – solo per capire se quella luce aveva il potere di scaldare. Scoprii che no, nulla succedeva alla mia pelle e al mio corpo sotto la misteriosa luce multicolore. Possibile che si fermasse tutto lì? Che quella luce meravigliosa e incantata non fosse in grado di nulla? Avevo pochi anni, l’alfabeto della fisica e dei suoi elementi sarebbe apparso molto più tardi come libro da aprire: l’esperienza, insieme alla fantasia, era quella la vera lente per leggere dentro il grande sconosciuto Mondo.

Così mi diedi all’immaginazione e alle mani per comunicare con quel fascio di luce.
Iniziai a inventare magie, a predire gli spostamenti della luce. È assurdo quanto i bambini abbiano dentro di sé la materia del sacro e del magico, senza che nessuno gliela insegni: un bambino lasciato libero di immaginare, è un bambino che andrà sempre verso la magia. Abbiamo l’accogliente mistero dei nostri poteri dentro e lo gettiamo via per strada crescendo, come se all’età adulta si potesse accedere solo svuotando le tasche della polvere dell’infanzia. Invece un po’ di quella polvere ce la dovremmo tenere tra le dita, sul bavero della giacca, sulle spalline dei vestiti. Dimenticarla in qualche cassetto che apriamo, in cui non ci sono solo ricordi ma in cui possiamo trovare anche un po’ di noi. Basta lasciare un bambino libero di inventare la sua magia per capire che non ci siamo secolarizzati, ci siamo solo allontanati da qualcosa che è più umano delle scienze che difendiamo.
E quell’arcobaleno in casa per me era magico: questa era la prima ragione per cui lo consideravo speciale.
La seconda era nel fatto che non mi divertivo solo a giocare come la padrona delle energie naturali, ma mi dava soprattutto l’occasione di inventare storie.
Storie su animali, bambini, oggetti che iniziavano a parlare e diventavano alleati dei protagonisti di nuovo viaggio. E queste storie avevano tutte inizio da quell’arcobaleno, che immaginavo come una porta segreta che conduceva in un mondo fatato. Ecco cosa rendeva totalmente speciale quell’arcobaleno: il suo potere di portarmi dovunque. Il suo potere di aprirmi la mente come un aquilone.

Chiesa di Saint-Michel, Lussemburgo


Amavo l’immaginazione ma non dimenticavo che il mio gioco era destinato a finire: la luce sarebbe arrivata al pavimento, una mattonella bianca avrebbe fatto sparire tutto, come un abbaglio di luce: i mondi fatati, i gatti che parlano, il teletrasporto in cortile, la natura padrona.
La porta sarebbe sparita: sarebbe andato bene così. Avrei aspettato. Avrei aspettato, poi avrei ancora immaginato. Sarebbe arrivato il momento di inventare altre storie o riprendere quelle abbandonate. E avrei potuto credere a quelle storie, perché anche se non erano vere, anche se non appartenevano al mondo materiale, erano mie.
Sarei tornata dai miei fratelli, avrei giocato con loro e gli altri bambini cui i nostri genitori ci avrebbero introdotto. Mi sarei anche dimenticata di quella porta magica e colorata. Eppure, una volta rimasta sola, avrei ricordato che nella stanza dei miei genitori c’era uno spazio per me, che mi aspettava e che avrei aspettato: uno spazio per inventare storie, per esserci, con tutto il mio potenziale magico dentro, con il potere di essere qui e altrove, qui perché altrove.

Ancora oggi, quando vedo dei riflessi colorati su un muro, mi fermo a osservare le peculiarità della loro luce. Li osservo con occhi fermi per vedere se tremano come fiamme vive, se restano ferme, se si spostano con il sole, se spariscono subito. Senza chiederlo, inaspettato quanto naturale, qualcosa della mia infanzia, risale. Non è solo l’infanzia: è quello che sono, quello che già ero, quello che sono sempre stata, anche prima di svilupparmi nel mondo.
In queste occasioni, sono presa dalla tentazione di ritrovarmi sola in questi luoghi e, in un piccolo frangente di spazio e tempo inosservato allo sguardo degli altri, sono tentata di provare a stendere una mano per aprire le dita dentro i fasci di luce. Solo per vedere cosa succede. Solo per vedere se stavolta andrò altrove. Solo per sentire quanto possono diventare grandi gli occhi quando dentro ci entra l’immaginazione.

Chiesa di Saint-Michel, Lussemburgo

È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma. È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall’autore.

Lo chiamavano Furore.

Non lo chiamavano lupo di mare da una vita: di Furore Vitaglione al Circolo Nautico ormai era rimasta solo l’ombra dei suoi viaggi attraverso il Mar Mediterraneo.
Il suo vero nome era Furio, ma da quando aveva sedici anni lo chiamavano Furore.

Continua a leggere

‘A vermenara.

Non ho mai capito il suo vero nome e lei a me non si è mai presentata: nasce nella mia mente come la figlia della portiera.
In italiano il termine corretto è portinaia ma in napoletano per tutti la guardiana di un  palazzo è una portiera, cioè persona-pezzo, una persona che persona non è, è una funzione: appunto, una portiera. Della portiera nessuno si chiede i reali pensieri e la reale vita, della portiera nessuno si interessa, perché le persone-pezzo devono avere sentimenti semplici affinché non si aggiungano a complicare i nostri, i soli a essere umani. 

Continua a leggere