I loro sorrisi sono sulfurei

I loro sorrisi sono sulfurei
sotto i capelli grigi e cinerei.
Le riconosci le persone
di via Cirillo, Carbonara, Rosaroll, che
hanno l’atteggiamento di quelli a cui
non trema la terra sotto i piedi
ma i giorni sì e
ogni giorno trema
Con i problemi, la rabbia,
I soldi che mancano,
le bollette che aumentano.
Queste persone hanno denti sporchi di caffè, fanno sbattere il cucchiaino
sulla ceramica e quando lo rialzano
non fanno a meno di macchiare la tovaglia.
Il cucchiaino
non lo usano per mescolare lo zucchero,
il caffè lo bevono amaro:
il cucchiaino
lo girano in senso antiorario
solo per rimescolare i minuti,
recuperare manciate di secondi,
Il Tempo giusto per capire
che spesa andare a fare
per un figlio che non può lavorare.
Le loro scosse poco hanno a che fare
con la Terra
perché le faglie che muovono la loro Vita
sono più profonde e
gli effetti
non sono mai superficiali.
Sono persone che chiamo
Telluriche e io sono come loro:
abituate all’inferno,
Pronte alla frana
e nonostante tutto tremi,
fuori e dentro,
Perserverano
Rifiutandosi di sfaldarsi
A ogni profonda vibrazione.

È severamente vietata la riproduzione in tutto in parte dei testi e degli scatti non autorizzata dall’autrice.

Attendere

Ci sono diversi modi di attendere.
Nel non-luogo dell’ospedale, l’attesa è la dimensione che scandisce le giornate, insieme alle irruzioni del personale sanitario. Il tempo è a due dimensioni: una di esami, l’altra di cibo.
Persone confuse e disorientate si aggirano in tuta e ciabatte lungo una lingua di corridoio e calcolano la giornata guardando l’arco del sole da una finestra; la sfortuna arriva quando c’è la pioggia, che rompe le lancette del tempo e spezza la giornata in due come una mela: nel taglio dell’acqua, da un lato cade la mattina, dall’altro la sera.

Dico sera e non notte perché in ospedale la notte non esiste: c’è una veglia continua fatta di suoni, di allarmi, di luci bianche che restano accese come le edicole agli angoli delle strade. Il buio è permesso solo dentro, stressato e accartocciato come un foglio di carta macchiato di inchiostro, su cui abbiamo scritto qualcosa che con rabbia stavamo per stracciare, prima di fermarci per la pietà di non volerci distruggere ulteriormente.
Le finestre sono diverse: si aprono ma non del tutto, quel tanto che basta per far capire che il mondo fuori è precluso, per far capire a chi è nell’ospedale che c’è un confine e non può essere valicato. È nel cardine delle finestre che si fissa il regime della estraneità.

Lo spazio è fatto di gradienti di distanza: oltre le finestre, la soglia del cancello a diversi metri assume la forza dei fossati nei fortini medioevali, mentre il cordone di auto e ferro segna il confine tra la Contea ospedaliera e quella cittadina.
Il mondo si allontana a una distanza mai sperimentata prima: ciò che c’è fuori, non appartiene neanche più alla città da cui provieni, ora è solo un altro posto in cui non sei mai stato.
La vita fuori non è invitante, assume un’aria sinistra e ostile.

Forse per questo i vecchi malati non sospirano come le giovani innamorate alla finestra, ma restano appollaiati sull’uscio delle porte del corridoio, rivolti al ventre dell’ospedale: il tempo della loro attesa cancella i connotati del mondo esterno, mentre con gli occhi stanchi cercano il cuore delle risposte per guarire lì, da qualche parte, in una piega delle lenzuola sfatte, nei caratteri stampati di una cartella clinica, tra i bulloni svitati di una barella vuota.

Fino al prossimo giro di boa

Una mia cara amica, più grande e matura di me, quando ero adolescente una volta mi disse “fatti più amici possibili, sempre, perché non saprai mai chi troverai accanto nel momento del bisogno.
Non dare per scontato che ognuno nella tua vita avrà il ruolo per il quale è entrato”.

Per anni l’ho considerata una sentenza troppo pessimistica di una persona già scottata dalla vita, un tentativo gratuito e inconsapevole di estendere su di me la bruciatura di un tentacolo di medusa che non mi avrebbe mai toccata.
Eppure crescendo quel monito è tornato spesso a farmi visita, come fanno i ragionevoli dubbi nei quali proviamo a non inciampare, terra d’ortica sulla quale proviamo a non cadere.
Da allora ogni anno mi confronto con questa frase come se fossi a un giro di boa: analizzo i tentacoli di questa verità e i suoi filamenti bianchi diventano sempre meno minacciosi, assumono quasi un aspetto familiare come una cruda prova di verità davanti al banco del tempo.

Continua a leggere

Siamo stati inondati di luce.

Siamo stati inondati di luce.
È bastato un attimo
prima che la torcia si spegnesse
e scivolassimo di nuovo
– dita aperte –
dentro le nostre oscurità.

Continua a leggere

Teoria probabilistica di un addio.

Si chiama Museo Darwin–Dohrn, è la stazione zoologica di Napoli.
La struttura è bassa e ha solo un piano: è così piccola che ai miei occhi più che un museo è una casa che si è divertita a reinventarsi, che ha ingannato tutto e tutti, cambiando nome e identità per provare a essere qualcosa di più grande.

Ha i lampadari accesi dentro, anche se fuori c’è ancora luce, una luce forte, da tramonto che tarda ad arrivare.
Non capisco lo spreco elettrico di questa piccola casa museo, non capisco perché provi ad essere un punto ancor più brillante in una distesa già offerta di luce. Chi sta cercando di attirare?
Dentro quella luce, in questa casa museo, avresti abitato tu. Parte di un sistema, “della ricerca”, avresti offerto la tua vita alla scoperta e io mi sarei nascosta dietro le tue spalle, per fare sì il mio viaggio, ma pur sempre al ritmo delle tue onde, perché amare significa cercare i tempi giusti per navigare insieme.

Guardo la stazione zoologica: non è solo una casa museo, ma il suo nome nasconde un’altra natura.
La natura mutevole, transitoria, da fermata: si chiama stazione, ma sembra che mi voglia spingere ad andare via.
Invece resto qui, sorda ai suoi ordini, al suo respingermi, perché ho bisogno di osservare e contare quante volte sei stato tu ad andartene dalla mia vita.
Ne conto così tante che i miei occhi sbiancano nel guardare dentro le possibilità che avremmo avuto. E nel contare gli scenari possibili, inizio a vederti.

Continua a leggere
Immagine

Notte 22 di quarantena.

 Giovedì 2 aprile 2020 – Giorno 23 di quarantena.

Stanotte ho sognato di scappare in bicicletta verso il mare.

Nel sogno esco dalla porta di casa, chiamo l’ascensore e aspetto in silenzio che il cerchio rosso attorno al numero “6” smetta di pulsare in modo sanguigno, consapevole che a pomparci dentro globuli rossi e piastrine è proprio il battito della mia paura.

Continua a leggere

Sono le 22.30, siamo oltre il coprifuoco.

Sono le 22.30, siamo oltre il coprifuoco.

Vado via da una casa che non è mia.

È una serata confusa, a spingermi in strada sono le luci di una sirena che ancora non c’è e che non voglio incrociare, oltre a una dose di pensieri che dimentico dal sesto al primo piano.

Continua a leggere

“Noi vivi” della Galleria Borbonica.

“Noi vivi”: nel cuore della Galleria Borbonica, ci sono letti disfatti dal tempo e carrozzine arse come cenere al suolo.

A 25 metri dalla città che non dorme mai, un’altra vita, quella restituita dal passato, riposa e si risveglia solo sotto gli occhi di chi la guarda.

Continua a leggere