Si chiama Museo Darwin–Dohrn, è la stazione zoologica di Napoli.
La struttura è bassa e ha solo un piano: è così piccola che ai miei occhi più che un museo è una casa che si è divertita a reinventarsi, che ha ingannato tutto e tutti, cambiando nome e identità per provare a essere qualcosa di più grande.
Ha i lampadari accesi dentro, anche se fuori c’è ancora luce, una luce forte, da tramonto che tarda ad arrivare.
Non capisco lo spreco elettrico di questa piccola casa museo, non capisco perché provi ad essere un punto ancor più brillante in una distesa già offerta di luce. Chi sta cercando di attirare?
Dentro quella luce, in questa casa museo, avresti abitato tu. Parte di un sistema, “della ricerca”, avresti offerto la tua vita alla scoperta e io mi sarei nascosta dietro le tue spalle, per fare sì il mio viaggio, ma pur sempre al ritmo delle tue onde, perché amare significa cercare i tempi giusti per navigare insieme.
Guardo la stazione zoologica: non è solo una casa museo, ma il suo nome nasconde un’altra natura.
La natura mutevole, transitoria, da fermata: si chiama stazione, ma sembra che mi voglia spingere ad andare via.
Invece resto qui, sorda ai suoi ordini, al suo respingermi, perché ho bisogno di osservare e contare quante volte sei stato tu ad andartene dalla mia vita.
Ne conto così tante che i miei occhi sbiancano nel guardare dentro le possibilità che avremmo avuto. E nel contare gli scenari possibili, inizio a vederti.
