È assurdo con quanta facilità siamo in grado di dimenticare cose un tempo essenziali. Negli ultimi mesi, presa da sovrumani sforzi di lavoro, ho messo da parte tutto. Mi sono dimenticata di uscire, altre volte di tornare dalla mia famiglia. Mi sono dimenticata di scrivere, a volte di mangiare. Impegnata a farmi consumare da un percorso totalizzante, più assimilabile a una gara di resistenza e resilienza che a qualcosa che avrebbe poi dovuto portarmi a uno stipendio, non mi è rimasto neanche il tempo di farmi consumare da una delusione d’amore. Mettere la testa altrove era impensabile: tutti i miei sforzi e la mia esistenza erano convogliati verso un unico obiettivo, che aveva come data di liberazione l’estate.
Ci sono diversi modi di attendere. Nel non-luogo dell’ospedale, l’attesa è la dimensione che scandisce le giornate, insieme alle irruzioni del personale sanitario. Il tempo è a due dimensioni: una di esami, l’altra di cibo. Persone confuse e disorientate si aggirano in tuta e ciabatte lungo una lingua di corridoio e calcolano la giornata guardando l’arco del sole da una finestra; la sfortuna arriva quando c’è la pioggia, che rompe le lancette del tempo e spezza la giornata in due come una mela: nel taglio dell’acqua, da un lato cade la mattina, dall’altro la sera.
Dico sera e non notte perché in ospedale la notte non esiste: c’è una veglia continua fatta di suoni, di allarmi, di luci bianche che restano accese come le edicole agli angoli delle strade. Il buio è permesso solo dentro, stressato e accartocciato come un foglio di carta macchiato di inchiostro, su cui abbiamo scritto qualcosa che con rabbia stavamo per stracciare, prima di fermarci per la pietà di non volerci distruggere ulteriormente. Le finestre sono diverse: si aprono ma non del tutto, quel tanto che basta per far capire che il mondo fuori è precluso, per far capire a chi è nell’ospedale che c’è un confine e non può essere valicato. È nel cardine delle finestre che si fissa il regime della estraneità.
Lo spazio è fatto di gradienti di distanza: oltre le finestre, la soglia del cancello a diversi metri assume la forza dei fossati nei fortini medioevali, mentre il cordone di auto e ferro segna il confine tra la Contea ospedaliera e quella cittadina. Il mondo si allontana a una distanza mai sperimentata prima: ciò che c’è fuori, non appartiene neanche più alla città da cui provieni, ora è solo un altro posto in cui non sei mai stato. La vita fuori non è invitante, assume un’aria sinistra e ostile.
Forse per questo i vecchi malati non sospirano come le giovani innamorate alla finestra, ma restano appollaiati sull’uscio delle porte del corridoio, rivolti al ventre dell’ospedale: il tempo della loro attesa cancella i connotati del mondo esterno, mentre con gli occhi stanchi cercano il cuore delle risposte per guarire lì, da qualche parte, in una piega delle lenzuola sfatte, nei caratteri stampati di una cartella clinica, tra i bulloni svitati di una barella vuota.
Lo chiamano Moto di Rivoluzione, il moto che una stella o un pianeta compie attorno a un centro di massa; si chiama Rivoluzione Terrestre il moto della Terra attorno al Sole, prima di ritornare al proprio punto di partenza. Ma perché questo movimento prende il nome di Rivoluzione?
Potevo andare nella direzione di ciò che è in corsa, della crescita, dell’espansione, del mondo in movimento, dell’arrivare. Potevo andare in quella direzione, del cieco ottimismo, della linea retta. Invece ho preferito la vista a chiazze e la curva stretta, il tornante.
Stanotte ho sognato di scappare in bicicletta verso il mare.
Nel sogno esco dalla porta di casa, chiamo l’ascensore e aspetto in silenzio che il cerchio rosso attorno al numero “6” smetta di pulsare in modo sanguigno, consapevole che a pomparci dentro globuli rossi e piastrine è proprio il battito della mia paura.