È legno, ma non è più tronco di alberi.
È legno, color mogano, ma ora è intagliato e confezionato.
È il legno degli arredi, dei pavimenti, delle scale a chiocciola e delle piccole decorazioni interne che creano i meticolosi e meravigliosi dettagli di una delle sale di Palazzo Franchetti.

Questo legno, che ha dimenticato da decenni le sue origini, sembra ricordare cosa significa essere natura quando si intreccia al verde rigoglioso del Giardino Creolo, creato nel Padiglione del Portogallo per la 60esima edizione della Biennale d’Arte di Venezia.
Quando si entra nella sala dell’esposizione “Greenhouse”, si ha l’impressione che questa natura non sia estranea agli spazi, ma che – anzi – sia sempre stata lì e che noi solo oggi ce ne fossimo accorti. Come se avessimo osato ora, per la prima volta, aprire gli occhi.

Non è strano, quindi, vedere un giardino enorme che rende questa sala maculata di verde, che prende vita dal pavimento e si inerpica sulle finestre, che taglia l’orizzonte della Laguna, invadendo lo spazio in modo armonioso. È un’invasione pacifica, quella della natura.
Mónica de Miranda, Sónia Vaz Borges, Vânia Gala, tre artiste portoghesi di origini africane, hanno ricreato l’Orto Creolo per richiamare gli antichi orti coltivati dai coloni della Guinea Bissau, dell’Angola e di Capo Verde, tre dei paesi africani che hanno ottenuto l’indipendenza più tardi (rispettivamente 1973, 1975, 1975). Attraverso un percorso che si snoda tra la flora tipica di quegli orti, le artiste raccontano i momenti cruciali della decolonizzazione dei propri paesi d’origine.

Perché l’orto?
Perché ai coloni era concesso coltivare orti propri, contenenti erbe officinali e mediche di vario tipo. Gli orti erano uno spazio personale, simbolo di indipendenza, e con essi si coltivavano non solo piante ma anche libertà. La natura, che oggi spazziamo via, era per quei coloni dell’epoca una dimensione incontaminata, da proteggere.
Gli orti ricreati erano grandi e fitti, così come grande e fitta è la vegetazione che oggi abita la sala di Palazzo Franchetti.
Coltivare, dunque, raggiunge il suo senso più elevato nella storia di “Greenhouse“.
Nella sala “Living Archive”, con una galleria audio in continua trasmissione si coltiva la memoria; in “School”, si coltiva l’educazione alla storia e alla rivoluzione; in “Assemblee” si coltiva il senso di comunità.
Le artiste superano i confini della lingua creola per spiegare cos’è stata la decolonizzazione: scelgono le parole della natura, utilizzando un linguaggio universale che parla a tutti.
Perché se siamo “Stranieri ovunque”, come ci ricorda il tema della Biennale d’Arte 2024, è nella scoperta e nel rispetto delle rispettive radici che troviamo la nostra comune appartenenza.

È vietata la copia, riproduzione e ridistribuzione dei contenuti e delle immagini in qualsiasi forma senza autorizzazione espressa dell’autrice.
