Siamo stati inondati di luce.
È bastato un attimo
prima che la torcia si spegnesse
e scivolassimo di nuovo
– dita aperte –
dentro le nostre oscurità.
Siamo stati inondati di luce.
Siamo stati inondati di luce.
È bastato un attimo
prima che la torcia si spegnesse
e scivolassimo di nuovo
– dita aperte –
dentro le nostre oscurità.
Lo chiamano Moto di Rivoluzione, il moto che una stella o un pianeta compie attorno a un centro di massa; si chiama Rivoluzione Terrestre il moto della Terra attorno al Sole, prima di ritornare al proprio punto di partenza.
Ma perché questo movimento prende il nome di Rivoluzione?
Potevo andare nella direzione di ciò che è in corsa, della crescita, dell’espansione, del mondo in movimento, dell’arrivare.
Potevo andare in quella direzione, del cieco ottimismo, della linea retta.
Invece ho preferito la vista a chiazze e la curva stretta, il tornante.
Tutti sognano il colpo di fulmine, una forza superiore che agisca, una saetta che ci trafigga e ci renda leggeri, una spinta che crei le farfalle nello stomaco, che ci levi l’appetito.
Tutti desideriamo il colpo di fulmine perché ci rende irresponsabili: non dipende da noi ciò che proviamo, non dipende da noi ciò che desideriamo, non dipende da noi la notte insonne, non dipende da noi andare sotto casa sua, non dipende da noi cercarlo, cercarla, cercarci. Niente dipende da noi.
Si chiama Museo Darwin–Dohrn, è la stazione zoologica di Napoli.
La struttura è bassa e ha solo un piano: è così piccola che ai miei occhi più che un museo è una casa che si è divertita a reinventarsi, che ha ingannato tutto e tutti, cambiando nome e identità per provare a essere qualcosa di più grande.
Ha i lampadari accesi dentro, anche se fuori c’è ancora luce, una luce forte, da tramonto che tarda ad arrivare.
Non capisco lo spreco elettrico di questa piccola casa museo, non capisco perché provi ad essere un punto ancor più brillante in una distesa già offerta di luce. Chi sta cercando di attirare?
Dentro quella luce, in questa casa museo, avresti abitato tu. Parte di un sistema, “della ricerca”, avresti offerto la tua vita alla scoperta e io mi sarei nascosta dietro le tue spalle, per fare sì il mio viaggio, ma pur sempre al ritmo delle tue onde, perché amare significa cercare i tempi giusti per navigare insieme.
Guardo la stazione zoologica: non è solo una casa museo, ma il suo nome nasconde un’altra natura.
La natura mutevole, transitoria, da fermata: si chiama stazione, ma sembra che mi voglia spingere ad andare via.
Invece resto qui, sorda ai suoi ordini, al suo respingermi, perché ho bisogno di osservare e contare quante volte sei stato tu ad andartene dalla mia vita.
Ne conto così tante che i miei occhi sbiancano nel guardare dentro le possibilità che avremmo avuto. E nel contare gli scenari possibili, inizio a vederti.
Non ho mai capito il suo vero nome e lei a me non si è mai presentata: nasce nella mia mente come la figlia della portiera.
In italiano il termine corretto è portinaia ma in napoletano per tutti la guardiana di un palazzo è una portiera, cioè persona-pezzo, una persona che persona non è, è una funzione: appunto, una portiera. Della portiera nessuno si chiede i reali pensieri e la reale vita, della portiera nessuno si interessa, perché le persone-pezzo devono avere sentimenti semplici affinché non si aggiungano a complicare i nostri, i soli a essere umani.
Le persiane sono abbassate, l’aria è calda di respiri e sonno.
La luce puntella
il muro che abbiamo messo tra noi e il mondo:
vuole abbatterlo e portarci allo scoperto.
Quando ero piccola, se la temperatura saliva troppo deliravo.
Mi capitava spesso di avere febbri da cavallo, che arrivavano a 39°, a volte 40°.
Perdevo la cognizione del mondo e la realtà si costellava di allucinazioni.
Giovedì 2 aprile 2020 – Giorno 23 di quarantena.
Stanotte ho sognato di scappare in bicicletta verso il mare.
Nel sogno esco dalla porta di casa, chiamo l’ascensore e aspetto in silenzio che il cerchio rosso attorno al numero “6” smetta di pulsare in modo sanguigno, consapevole che a pomparci dentro globuli rossi e piastrine è proprio il battito della mia paura.
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Ricordo ogni volta che si faceva sera.
Tu, nonna, come una chioccia lenta, andavi in sala a cenare, accendevi la televisione e spegnevi le luci nel resto della casa.
La sala in cui mangiavamo era al capo opposto del bagno e della stanza in cui a volte dormivo. A collegarle, solo un unico lunghissimo corridoio.