Non ci chiediamo mai cosa stesse leggendo una persona poco prima di morire. Ci chiediamo quali siano stati i suoi ultimi pensieri, ma mai le ultime parole che sono state impresse nei suoi occhi. È un nostro errore di valutazione, perché i primi resteranno sempre segreti, le seconde possono essere svelate. Mia nonna leggeva molto, ma non so cosa stesse leggendo prima di morire. Come tutte le cose che faceva, anche la lettura la portava avanti in silenzio, senza commentare. Macinava così i suoi libri e mai ho saputo cosa provasse o sentisse rispetto ai significati e alle immagini che passavano nella sua mente, aprendo sipari nella sua immaginazione. I libri li vedevo solo poggiati sul suo tavolo di legno chiaro smunto dal tempo, levigato dai pasti continui, dai piatti fondi e piani messi sempre a tavola per sette persone, dai tovaglioli, dalle posate, dai bicchieri. Sopra quel tavolo su cui passavano la vita e le età di mio padre e dei suoi fratelli, passavano anche i libri.
In quella posizione, come se ogni libro fosse la Bibbia e il tavolo il leggìo in chiesa, di fronte alla sedia a capotavola su cui lei sedeva, in modo perpendicolare alla sua posizione c’era sempre un libro diverso. Debolmente segnato, annotato. Quell’assetto nel tempo per me divenne un simbolo sacrale. Non ricordo i titoli di nessuno di quei libri: ne ricordo la forma, il colore, la rigidità della copertina. Ma non il titolo. Di nessuno, tranne uno: Cuore di Tenebra, di Joseph Conrad.
I loro sorrisi sono sulfurei sotto i capelli grigi e cinerei. Le riconosci le persone di via Cirillo, Carbonara, Rosaroll, che hanno l’atteggiamento di quelli a cui non trema la terra sotto i piedi ma i giorni sì e ogni giorno trema Con i problemi, la rabbia, I soldi che mancano, le bollette che aumentano. Queste persone hanno denti sporchi di caffè, fanno sbattere il cucchiaino sulla ceramica e quando lo rialzano non fanno a meno di macchiare la tovaglia. Il cucchiaino non lo usano per mescolare lo zucchero, il caffè lo bevono amaro: il cucchiaino lo girano in senso antiorario solo per rimescolare i minuti, recuperare manciate di secondi, Il Tempo giusto per capire che spesa andare a fare per un figlio che non può lavorare. Le loro scosse poco hanno a che fare con la Terra perché le faglie che muovono la loro Vita sono più profonde e gli effetti non sono mai superficiali. Sono persone che chiamo Telluriche e io sono come loro: abituate all’inferno, Pronte alla frana e nonostante tutto tremi, fuori e dentro, Perserverano Rifiutandosi di sfaldarsi A ogni profonda vibrazione.
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Si entra in silenzio, in punta di piedi. Nessuna indicazione obbliga al silenzio, eppure il buio sembra richiederlo. Nell’ambiente in cui sono entrata, poche luci sono proiettate sui fogli di sala come candele sul punto di consumarsi, mentre fuori orde di turisti e passanti sono intrappolate nell’affollato dedalo dei Quartieri Spagnoli. Napoli si sta risvegliando dagli effetti della pandemia, è pantagruelica, natalizia, pittoresca e caotica. Nelle maglie dei Quartieri, alcuni di noi hanno bisogno di una pausa.
Seguendo il filo di Arianna di piccoli cartelli con la scritta “Bill Viola – Ritorno alla Vita”, ho imboccato una curva e intercettato un cavernoso invito a entrare in un luogo scuro, ignara del fatto di entrare in un altro labirinto, solo più oscuro, solo meno festoso, a suo modo abissale, nella Chiesa del Carminiello a Toledo.
È legno, ma non è più tronco di alberi. È legno, color mogano, ma ora è intagliato e confezionato. È il legno degli arredi, dei pavimenti, delle scale a chiocciola e delle piccole decorazioni interne che creano i meticolosi e meravigliosi dettagli di una delle sale di Palazzo Franchetti.
Questo legno, che ha dimenticato da decenni le sue origini, sembra ricordare cosa significa essere natura quando si intreccia al verde rigoglioso delGiardino Creolo, creato nel Padiglione del Portogallo per la 60esima edizione della Biennale d’Arte di Venezia. Quando si entra nella sala dell’esposizione “Greenhouse”, si ha l’impressione che questa natura non sia estranea agli spazi, ma che – anzi – sia sempre stata lì e che noi solo oggi ce ne fossimo accorti. Come se avessimo osato ora, per la prima volta, aprire gli occhi.
Non è strano, quindi, vedere un giardino enorme che rende questa sala maculata di verde, che prende vita dal pavimento e si inerpica sulle finestre, che taglia l’orizzonte della Laguna, invadendo lo spazio in modo armonioso. È un’invasione pacifica, quella della natura.
Mónica de Miranda, Sónia Vaz Borges,Vânia Gala, tre artiste portoghesi di origini africane, hanno ricreato l’Orto Creolo per richiamare gli antichi orti coltivati dai coloni della Guinea Bissau, dell’Angola e di Capo Verde, tre dei paesi africani che hanno ottenuto l’indipendenza più tardi (rispettivamente 1973, 1975, 1975). Attraverso un percorso che si snoda tra la flora tipica di quegli orti, le artiste raccontano i momenti cruciali della decolonizzazione dei propri paesi d’origine.
Perché l’orto?
Perché ai coloni era concesso coltivare orti propri, contenenti erbe officinali e mediche di vario tipo. Gli orti erano uno spazio personale, simbolo di indipendenza, e con essi si coltivavano non solo piante ma anche libertà. La natura, che oggi spazziamo via, era per quei coloni dell’epoca una dimensione incontaminata, da proteggere. Gli orti ricreati erano grandi e fitti, così come grande e fitta è la vegetazione che oggi abita la sala di Palazzo Franchetti.
Coltivare, dunque, raggiunge il suo senso più elevato nella storia di “Greenhouse“. Nella sala “Living Archive”, con una galleria audio in continua trasmissione si coltiva la memoria; in “School”, si coltiva l’educazione alla storia e alla rivoluzione; in “Assemblee” si coltiva il senso di comunità. Le artiste superano i confini della lingua creola per spiegare cos’è stata la decolonizzazione: scelgono le parole della natura, utilizzando un linguaggio universale che parla a tutti. Perché se siamo “Stranieri ovunque”, come ci ricorda il tema della Biennale d’Arte 2024, è nella scoperta e nel rispetto delle rispettive radici che troviamo la nostra comune appartenenza.
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È assurdo con quanta facilità siamo in grado di dimenticare cose un tempo essenziali. Negli ultimi mesi, presa da sovrumani sforzi di lavoro, ho messo da parte tutto. Mi sono dimenticata di uscire, altre volte di tornare dalla mia famiglia. Mi sono dimenticata di scrivere, a volte di mangiare. Impegnata a farmi consumare da un percorso totalizzante, più assimilabile a una gara di resistenza e resilienza che a qualcosa che avrebbe poi dovuto portarmi a uno stipendio, non mi è rimasto neanche il tempo di farmi consumare da una delusione d’amore. Mettere la testa altrove era impensabile: tutti i miei sforzi e la mia esistenza erano convogliati verso un unico obiettivo, che aveva come data di liberazione l’estate.
Ci sono diversi modi di attendere. Nel non-luogo dell’ospedale, l’attesa è la dimensione che scandisce le giornate, insieme alle irruzioni del personale sanitario. Il tempo è a due dimensioni: una di esami, l’altra di cibo. Persone confuse e disorientate si aggirano in tuta e ciabatte lungo una lingua di corridoio e calcolano la giornata guardando l’arco del sole da una finestra; la sfortuna arriva quando c’è la pioggia, che rompe le lancette del tempo e spezza la giornata in due come una mela: nel taglio dell’acqua, da un lato cade la mattina, dall’altro la sera.
Dico sera e non notte perché in ospedale la notte non esiste: c’è una veglia continua fatta di suoni, di allarmi, di luci bianche che restano accese come le edicole agli angoli delle strade. Il buio è permesso solo dentro, stressato e accartocciato come un foglio di carta macchiato di inchiostro, su cui abbiamo scritto qualcosa che con rabbia stavamo per stracciare, prima di fermarci per la pietà di non volerci distruggere ulteriormente. Le finestre sono diverse: si aprono ma non del tutto, quel tanto che basta per far capire che il mondo fuori è precluso, per far capire a chi è nell’ospedale che c’è un confine e non può essere valicato. È nel cardine delle finestre che si fissa il regime della estraneità.
Lo spazio è fatto di gradienti di distanza: oltre le finestre, la soglia del cancello a diversi metri assume la forza dei fossati nei fortini medioevali, mentre il cordone di auto e ferro segna il confine tra la Contea ospedaliera e quella cittadina. Il mondo si allontana a una distanza mai sperimentata prima: ciò che c’è fuori, non appartiene neanche più alla città da cui provieni, ora è solo un altro posto in cui non sei mai stato. La vita fuori non è invitante, assume un’aria sinistra e ostile.
Forse per questo i vecchi malati non sospirano come le giovani innamorate alla finestra, ma restano appollaiati sull’uscio delle porte del corridoio, rivolti al ventre dell’ospedale: il tempo della loro attesa cancella i connotati del mondo esterno, mentre con gli occhi stanchi cercano il cuore delle risposte per guarire lì, da qualche parte, in una piega delle lenzuola sfatte, nei caratteri stampati di una cartella clinica, tra i bulloni svitati di una barella vuota.
Quando ero bambina e abitavo nella mia vecchia casa, nella stanza dei miei genitori spesso si creava un riflesso multicolore, frutto della rifrazione della luce moltiplicata nel gioco di specchi alti e stretti che coprivano le ante dell’armadio. Questo riflesso si proiettava su uno dei muri della stanza e spesso assumeva forme diverse a seconda della posizione delle foglie che si muovevano di fronte la finestra, creando un’illusione caleidoscopica che mi incantava.
Non sapevo (e tuttora non so) se qualcuno della mia famiglia, oltre me, avesse mai fatto caso a quel piccolo arcobaleno in casa: per questo decisi, con due fratelli sempre pronti a prendere i miei giochi, di tenerlo per me, come mio personale segreto.
Chiesa di Saint-Michel, Lussemburgo
Perché era un arcobaleno, sì, ma non era come tutti gli altri: questo non spariva con il finire della pioggia e l’asciugarsi dell’aria. Rivendicava la sua totale indipendenza dai turbamenti atmosferici e prendeva le mosse solo dal sole: era lui che seguiva, in tutta la parabola della sua giornata, spostandosi da un punto alto, al soffitto, fino a uno sempre più basso, al pavimento. Solo toccando terra il piccolo arcobaleno finalmente spariva, esattamente come il sole ingoiato dalla propria linea d’orizzonte. Era affascinante un arcobaleno itinerante, eppure non era questa la ragione per cui lo ritenevo speciale.
L’arcobaleno non si presentava tutti i giorni in casa mia: appariva spesso ma non sempre, elemento che forse mi insegnò fin da piccola a diffidare delle promesse e a confidare nelle attese. Quando questo arcobaleno decideva di presentarsi, lo faceva sempre nel pomeriggio: solo qualche volta, inaspettata, l’arcobaleno poteva replicare la sua traiettoria dentro la mia casa, sotto il mio sguardo. La sua presenza era saltuaria, la sua comparsa appagava la mia attesa: questo mi insegnò lo stupore del raro. Ma non era ancora la ragione per cui mi legai così tanto a quello speciale e privato gioco di luci.
L’arcobaleno per me iniziò a diventare speciale quando decisi di provare a toccarlo, ad afferrarlo. Dallo stupore dello sguardo, decisi di passare alla fame del contatto. Iniziai a poggiare le mani sul muro freddo di casa – abitavo al pianterreno e le mura erano spesse e fredde come la roccia di una grotta – solo per capire se quella luce aveva il potere di scaldare. Scoprii che no, nulla succedeva alla mia pelle e al mio corpo sotto la misteriosa luce multicolore. Possibile che si fermasse tutto lì? Che quella luce meravigliosa e incantata non fosse in grado di nulla? Avevo pochi anni, l’alfabeto della fisica e dei suoi elementi sarebbe apparso molto più tardi come libro da aprire: l’esperienza, insieme alla fantasia, era quella la vera lente per leggere dentro il grande sconosciuto Mondo.
Così mi diedi all’immaginazione e alle mani per comunicare con quel fascio di luce. Iniziai a inventare magie, a predire gli spostamenti della luce. È assurdo quanto i bambini abbiano dentro di sé la materia del sacro e del magico, senza che nessuno gliela insegni: un bambino lasciato libero di immaginare, è un bambino che andrà sempre verso la magia. Abbiamo l’accogliente mistero dei nostri poteri dentro e lo gettiamo via per strada crescendo, come se all’età adulta si potesse accedere solo svuotando le tasche della polvere dell’infanzia. Invece un po’ di quella polvere ce la dovremmo tenere tra le dita, sul bavero della giacca, sulle spalline dei vestiti. Dimenticarla in qualche cassetto che apriamo, in cui non ci sono solo ricordi ma in cui possiamo trovare anche un po’ di noi. Basta lasciare un bambino libero di inventare la sua magia per capire che non ci siamo secolarizzati, ci siamo solo allontanati da qualcosa che è più umano delle scienze che difendiamo. E quell’arcobaleno in casa per me era magico: questa era la prima ragione per cui lo consideravo speciale. La seconda era nel fatto che non mi divertivo solo a giocare come la padrona delle energie naturali, ma mi dava soprattutto l’occasione di inventare storie. Storie su animali, bambini, oggetti che iniziavano a parlare e diventavano alleati dei protagonisti di nuovo viaggio. E queste storie avevano tutte inizio da quell’arcobaleno, che immaginavo come una porta segreta che conduceva in un mondo fatato. Ecco cosa rendeva totalmente speciale quell’arcobaleno: il suo potere di portarmi dovunque. Il suo potere di aprirmi la mente come un aquilone.
Chiesa di Saint-Michel, Lussemburgo
Amavo l’immaginazione ma non dimenticavo che il mio gioco era destinato a finire: la luce sarebbe arrivata al pavimento, una mattonella bianca avrebbe fatto sparire tutto, come un abbaglio di luce: i mondi fatati, i gatti che parlano, il teletrasporto in cortile, la natura padrona. La porta sarebbe sparita: sarebbe andato bene così. Avrei aspettato. Avrei aspettato, poi avrei ancora immaginato. Sarebbe arrivato il momento di inventare altre storie o riprendere quelle abbandonate. E avrei potuto credere a quelle storie, perché anche se non erano vere, anche se non appartenevano al mondo materiale, erano mie. Sarei tornata dai miei fratelli, avrei giocato con loro e gli altri bambini cui i nostri genitori ci avrebbero introdotto. Mi sarei anche dimenticata di quella porta magica e colorata. Eppure, una volta rimasta sola, avrei ricordato che nella stanza dei miei genitori c’era uno spazio per me, che mi aspettava e che avrei aspettato: uno spazio per inventare storie, per esserci, con tutto il mio potenziale magico dentro, con il potere di essere qui e altrove, qui perché altrove.
Ancora oggi, quando vedo dei riflessi colorati su un muro, mi fermo a osservare le peculiarità della loro luce. Li osservo con occhi fermi per vedere se tremano come fiamme vive, se restano ferme, se si spostano con il sole, se spariscono subito. Senza chiederlo, inaspettato quanto naturale, qualcosa della mia infanzia, risale. Non è solo l’infanzia: è quello che sono, quello che già ero, quello che sono sempre stata, anche prima di svilupparmi nel mondo. In queste occasioni, sono presa dalla tentazione di ritrovarmi sola in questi luoghi e, in un piccolo frangente di spazio e tempo inosservato allo sguardo degli altri, sono tentata di provare a stendere una mano per aprire le dita dentro i fasci di luce. Solo per vedere cosa succede. Solo per vedere se stavolta andrò altrove. Solo per sentire quanto possono diventare grandi gli occhi quando dentro ci entra l’immaginazione.
Chiesa di Saint-Michel, Lussemburgo
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Una mia cara amica, più grande e matura di me, quando ero adolescente una volta mi disse “fatti più amici possibili, sempre, perché non saprai mai chi troverai accanto nel momento del bisogno. Non dare per scontato che ognuno nella tua vita avrà il ruolo per il quale è entrato”.
Per anni l’ho considerata una sentenza troppo pessimistica di una persona già scottata dalla vita, un tentativo gratuito e inconsapevole di estendere su di me la bruciatura di un tentacolo di medusa che non mi avrebbe mai toccata. Eppure crescendo quel monito è tornato spesso a farmi visita, come fanno i ragionevoli dubbi nei quali proviamo a non inciampare, terra d’ortica sulla quale proviamo a non cadere. Da allora ogni anno mi confronto con questa frase come se fossi a un giro di boa: analizzo i tentacoli di questa verità e i suoi filamenti bianchi diventano sempre meno minacciosi, assumono quasi un aspetto familiare come una cruda prova di verità davanti al banco del tempo.
Non lo chiamavano lupo di mare da una vita: di Furore Vitaglione al Circolo Nautico ormai era rimasta solo l’ombra dei suoi viaggi attraverso il Mar Mediterraneo. Il suo vero nome era Furio, ma da quando aveva sedici anni lo chiamavano Furore.