Non ci chiediamo mai cosa stesse leggendo una persona poco prima di morire.
Ci chiediamo quali siano stati i suoi ultimi pensieri, ma mai le ultime parole che sono state impresse nei suoi occhi.
È un nostro errore di valutazione, perché i primi resteranno sempre segreti, le seconde possono essere svelate.
Mia nonna leggeva molto, ma non so cosa stesse leggendo prima di morire. Come tutte le cose che faceva, anche la lettura la portava avanti in silenzio, senza commentare. Macinava così i suoi libri e mai ho saputo cosa provasse o sentisse rispetto ai significati e alle immagini che passavano nella sua mente, aprendo sipari nella sua immaginazione. I libri li vedevo solo poggiati sul suo tavolo di legno chiaro smunto dal tempo, levigato dai pasti continui, dai piatti fondi e piani messi sempre a tavola per sette persone, dai tovaglioli, dalle posate, dai bicchieri. Sopra quel tavolo su cui passavano la vita e le età di mio padre e dei suoi fratelli, passavano anche i libri.
In quella posizione, come se ogni libro fosse la Bibbia e il tavolo il leggìo in chiesa, di fronte alla sedia a capotavola su cui lei sedeva, in modo perpendicolare alla sua posizione c’era sempre un libro diverso. Debolmente segnato, annotato. Quell’assetto nel tempo per me divenne un simbolo sacrale.
Non ricordo i titoli di nessuno di quei libri: ne ricordo la forma, il colore, la rigidità della copertina. Ma non il titolo.
Di nessuno, tranne uno: Cuore di Tenebra, di Joseph Conrad.
Non so spiegare perché durante tutta la mia infanzia ho associato sempre e solo queste parole all’altare sacro della lettura di mia nonna.
Forse perché una bambina non si aspetta che la propria angelica nonna possa scavare in qualcosa di così oscuro e profondo da portare il nome di Cuore di Tenebra.
“Di cosa parla?” le chiesi, in un’età che non ricordo.
“Di esplorazioni… di un fiume.” mi rispose lei. E null’altro alla mia mente ritorna, al di là del confine segnato da quel fiume.
Sono passati almeno vent’anni da quel momento.
Oggi, nella mia vita soddisfatta, sono perennemente stanca. Per non abbandonare la lettura, ho deciso di macinare sul mio altare audiolibri: la dimensione dell’ascolto è trobadorica, antica, appartiene all’umanità, ma è anche infantile e creativa, per questo appartiene ai bambini e agli uomini. In ragione di queste appartenenze, credo ancora che avere una voce che ci racconta una storia sia il più prezioso dei doni che possiamo ricevere. Più divento adulta, più mi convinco di questa verità. E credo che le storie, sotto qualsiasi forma esse si presentino (scritte, enunciate, disegnate) vengano a noi nei momenti in cui siamo pronti al loro manifestarsi.
Forse per questo una sera in cui non mi sentivo più le braccia per la stanchezza, mi sono imbattuta in Cuore di Tenebra.
So che non avrei mai iniziato a leggere il libro nella sua forma cartacea: per me Cuore di Tenebra è il libro di mia nonna, qualsiasi versione materiale io abbia mai adocchiato l’ho sempre sapientemente rifuggita, senza capirne il perché. Una volta sono letteralmente scappata da una bancarella per andare oltre, come se quelle pagine fossero contundenti e io avessi la carne ancora troppo sottile, esposta, per non farmi fare a pezzi da ogni parola e dalle taglienti lingue di carta.
Nel tempo, ogni tentativo di materializzare quella lettura mi è sembrato un furto dalle casse del passato e ha sempre destato in me una certa forma di ansia o di dolore.
Ancora oggi mi interrogo sul mistero di questo dolore, come se quel libro dovesse rimanere chiuso, la sua copertina rigida rossa poggiata sulla prima pagina: copertina e prima pagina, due labbra serrate su un segreto che non può essere pronunciato. Perso per sempre.
Tuttavia, una sera, ho percepito che questo segreto apparteneva solo alla carta: nell’aria verba volant.
Nessuno scrigno sarebbe stato materialmente violato, perché le parole avrebbero attraversato lo spazio, fuoriuscendo da sole dalla serratura. Era arrivato il loro tempo naturale di sprigionarsi: il doloroso mistero era pronto a perdersi come un profumo nell’etere diventando un’inafferrabile e intangibile sensazione.
Per questo, non ho provato dolore quando ho premuto “Play”.
Libera di conoscere i segreti di quella scrittura, sono tornata indietro, a quell’età che non ricordo.
Nella voce del narratore ho rivisto quel fiume di cui mia nonna mi aveva solo accennato.
Quel fiume, “come una serpe”, che convince il protagonista ad aprirsi ad esplorare il mondo e che invece lo condurrà alla scoperta dei più brutali sentimenti umani.
Nonna, mi hai mentito: questo libro non parla di un fiume, forse per questo devo scoprirne oggi il contenuto. Si chiama Cuore di Tenebra perché si infila nel buio. Nel buio della conquista, della cattiveria umana, nel buio dell’ignoto.
E per esplorarlo anche io, nelle prime notti di agosto, mi sono infilata sotto le lenzuola, sotto le parole, per immergermi nell’acqua di quel fiume torbido che può essere il cuore umano tuo, quanto mio, quanto di un assassino, quanto di un santo. Perché tutti i cuori, nelle tenebre, sono uguali.
Sono entrata nel clangore degli scontri del libro, per vedere cosa succede quando fallisce miseramente l’incontro tra culture e quando l’accesso al potere deforma, conducendo non alla saggezza ma alla follia, quella follia che divora Kurz e che Marlow scopre con orrore.
“Orrore… orrore!”, urla come una confessione Kurz sul punto di morire. È l’orrore con cui si vede trasfigurato? Ha visto il quadro di sé che Dorian Gray avrebbe chiuso in soffitta?
È l’immagine distorta di chi pensava di essere un divino conquistatore e scopre di essere diventato il più miserabile umano? Quanto Kurz può esserci in ciascuno di noi? E quanto lavoro facciamo su noi stessi per non diventare come lui?
Mi sono infilata nel Cuore di Tenebra, ma non credo – come scrive Conrad – che la forza sia “solo un accidente che nasce dalla debolezza degli altri”: la forza, il sopruso, è una dolcissima tentazione, che appartiene al quotidiano.
Si annida nella sete di spazi, di notorietà, di approvazione. Mi sono infilata in una storia e ci ho trovato dentro le fragilità dell’umanità intera: nel Cuore di Tenebra, ho visto tutti e ho visto ancora una volta che fare luce è solo una nostra scelta. Se ci lasciassimo scivolare verso i nostri istinti, finiremmo negli abissi o morti nel letto di quel fiume.
Allora avevo ragione ad avere paura quando ero piccola: tu, nonna, non stavi leggendo un libro. Tu stavi leggendo una testimonianza. E oggi, nell’aria, quella testimonianza aveva qualcosa da raccontare sul mondo in cui viviamo.





