Non ci chiediamo mai cosa stesse leggendo una persona poco prima di morire.
Ci chiediamo quali siano stati i suoi ultimi pensieri, ma mai le ultime parole che sono state impresse nei suoi occhi.
È un nostro errore di valutazione, perché i primi resteranno sempre segreti, le seconde possono essere svelate.
Mia nonna leggeva molto, ma non so cosa stesse leggendo prima di morire. Come tutte le cose che faceva, anche la lettura la portava avanti in silenzio, senza commentare. Macinava così i suoi libri e mai ho saputo cosa provasse o sentisse rispetto ai significati e alle immagini che passavano nella sua mente, aprendo sipari nella sua immaginazione. I libri li vedevo solo poggiati sul suo tavolo di legno chiaro smunto dal tempo, levigato dai pasti continui, dai piatti fondi e piani messi sempre a tavola per sette persone, dai tovaglioli, dalle posate, dai bicchieri. Sopra quel tavolo su cui passavano la vita e le età di mio padre e dei suoi fratelli, passavano anche i libri.
In quella posizione, come se ogni libro fosse la Bibbia e il tavolo il leggìo in chiesa, di fronte alla sedia a capotavola su cui lei sedeva, in modo perpendicolare alla sua posizione c’era sempre un libro diverso. Debolmente segnato, annotato. Quell’assetto nel tempo per me divenne un simbolo sacrale.
Non ricordo i titoli di nessuno di quei libri: ne ricordo la forma, il colore, la rigidità della copertina. Ma non il titolo.
Di nessuno, tranne uno: Cuore di Tenebra, di Joseph Conrad.
