Dicembre 2022
Si entra in silenzio, in punta di piedi.
Nessuna indicazione obbliga al silenzio, eppure il buio sembra richiederlo.
Nell’ambiente in cui sono entrata, poche luci sono proiettate sui fogli di sala come candele sul punto di consumarsi, mentre fuori orde di turisti e passanti sono intrappolate nell’affollato dedalo dei Quartieri Spagnoli. Napoli si sta risvegliando dagli effetti della pandemia, è pantagruelica, natalizia, pittoresca e caotica. Nelle maglie dei Quartieri, alcuni di noi hanno bisogno di una pausa.
Seguendo il filo di Arianna di piccoli cartelli con la scritta “Bill Viola – Ritorno alla Vita”, ho imboccato una curva e intercettato un cavernoso invito a entrare in un luogo scuro, ignara del fatto di entrare in un altro labirinto, solo più oscuro, solo meno festoso, a suo modo abissale, nella Chiesa del Carminiello a Toledo.
Chiusa per quasi trent’anni, la Chiesa del Carminiello a Toledo è impaziente di tornare alla vita con l’esposizione delle opere di uno dei grandi padri della video-arte: per questo è naturale scivolare dentro questo luogo buio, camminare con disinvoltura sul pavimento maiolicato dei maestri Donato e Giuseppe Massa, seguire lo spazio spoglio delle pareti bianche fino a far cadere l’attenzione sull’altare abbandonato.
È questo marmo liso dal tempo a diventare il centro di massa attorno cui gravitano le opere di Bill Viola, dentro l’universo decadente di una chiesa a lungo dimenticata, mentre fuori, nel mondo, la vita andava avanti.
Nell’oscurità più totale, prendo le misure dello spazio attraverso le immagini che si muovono nelle video-opere dell’artista, illuminate come edicole che indicano un percorso.
La Chiesa ha una nuova piantina, le opere sono punti cardinali in un diverso cammino spirituale: inizio così a orientarmi in modo nuovo attorno al sacro, mentre fuori imperversa la follia del Natale che di sacro ormai ha ben poco.
La follia, sì, perché Napoli a Natale è ancora più delirante che nel resto dell’anno: le frotte di turisti si accalcano a via San Gregorio per scoprire gli azzardi creativi delle maestranze napoletane e la strada smette di essere una lingua di terra che collega le principali arterie della città per diventare una vera e propria Walk of Fame.
Queste e altre sono le trasfigurazioni di cui Napoli è artefice e vittima, soprattutto a Natale.
Via San Gregorio è una Walk of Fame perché sono gli artigiani presepiali a decidere chi sono gli uomini e le donne dell’anno, i fatti più rilevanti di cronaca, gli elementi più straordinari del chiacchiericcio nazionale. Lo decidono loro, plasmando nelle mani quei fatti e quelle persone in 15 centimetri di gesso dipinti a mano.
Si è davvero famosi non se si finisce sul Time, ma se si finisce nei vicoli di Napoli, perché vuol dire aver sfondato le membrane tra le classi ed essere arrivati a tutti, anche alle persone più lontane dai gossip nazionali.
Significa essere iconici, rilevanti al punto da finire dentro un presepe.
Degni di entrare nella storia dell’umanità, di essere vicino a Cristo.
Sia pur per sdrammatizzare questo tempo che cambia e questa storia che avanza, sia chiaro; sia pure per vedere che effetto fa mettere vicini il diavolo e l’acqua santa, includere nella stessa scena il tutto, ciò che normalmente non è accostabile: è con questo sguardo panoramico sull’assurdo che noi napoletani guardiamo al tempo che cambia.
Ma Fame si può rigirare, italianizzare, leggere come vera e propria “fame”: infatti, a parte l’evoluzione pop della nostra antica tradizione artigianale, il Natale a Napoli è delirante anche perché mostra le tensioni più bulimiche della nostra città.
Dimostra quanta fame abbia ancora Napoli: di piacere, di vendere, di far soldi.
Ha una fame inesauribile di diventare qualcuno. L’opulenza delle bancarelle è tale da avvicinare Napoli alla crapula romana: ‘a vita è ‘nu muorzo e noi mordiamo, mordiamo, mordiamo, senza assaporare, senza mai digerire.
Una parte sempre maggiore di Napoli ha bisogno di abbuffarsi, per essere certa che in qualche modo non morirà di fame.
Il Natale di Napoli mostra queste e altre forme di disperazione: ecco perché scappare in questa chiesa con le opere di Bill Viola è un modo per provare a salvarsi da tutto ciò che si agita in superficie, per andare a fondo, per ritornare davvero alla vita.
Mi piace essere dentro un luogo che, mentre Napoli cambiava, mentre Napoli capiva come mangiare nel nuovo millennio, veniva dimenticato. Mentre Napoli fioriva – e in parte moriva – questa Chiesa semplicemente dormiva, dimenticando di scavallare gli anni duemila.
E oggi, mentre Napoli un po’ vive e un po’ muore – come noi – questo luogo si risveglia. E io con lui.
Di fronte l’altare di marmo, Three Women, tre figure femminili grigie di età diverse – una donna matura, una ragazza e una bambina – si incamminano verso di me dentro uno spazio simile a una fotografia d’epoca. Nella video-opera, queste donne hanno un incedere solenne e si avvicinano finché non rompono una parete d’acqua di cui non mi ero ancora accorta: una volta attraversata questa barriera, le donne emergono nella loro vitale esplosione di colori.
L’acqua, velo di Maya, elemento di vita, è una placenta immaginaria che segna l’attraversamento tra la vita e la morte, ma anche tra ciò che siamo e i fantasmi che ci portiamo dentro.
Ma chi sono i fantasmi e chi siamo noi: le donne grigie dentro la fotografia o quelle bagnate di nuova vita? Questo colore è solo un momento o una vita intera, il grigio è di passaggio o può essere permanente?
L’avanzata delle donne che si colorano dopo aver attraversato la membrana d’acqua mi porta a chiedermi: siamo in grado di capire in che punto della avanzata dentro noi stessi siamo?
Mentre osservo questo rituale, parte un boato dalla folla in strada e una melodia napoletana scroscia come un applauso: questa Napoli sta fingendo i suoi colori o è bloccata nel suo grigiore? In quale punto del suo percorso si trova?
L’esplorazione invece prende un tragitto diverso con le opere della serie Martyrs, ai due lati dell’altare: gli elementi della natura, Acqua, Terra, Fuoco e Aria sono gli archetipi con cui l’uomo struttura anche se stesso, la propria tempra, il proprio essere.
È la dicotomia uomo-natura quella che Bill Viola mette in scena, ognuna con un un epilogo diverso.
Alla destra dell’altare, nel Fuoco, un uomo dormiente su una sedia viene risvegliato dall’apparire lento di piccole fiammelle che poi divampano in un vero e proprio incendio. Lo spazio attorno brucia in modo sempre più violento ma lo sguardo resta fisso davanti a sé. La luce nei suoi occhi per effetto delle fiamme cambia: cos’è che leggo, paura o coraggio?
Un uomo accanto a lui invece, con le caviglie legate, sottomesso al potere dell’Acqua, viene gradualmente sollevato dal pavimento mentre una pioggia sempre più forte si abbatte sul suo corpo sospeso.
Tra i due uomini la differenza non è tanto negli elementi, quanto negli sguardi: l’uomo attorniato dal fuoco brucia anche me con la fissità di chi guarda in faccia il proprio destino, mentre l’uomo investito dall’acqua si sottrae a qualsiasi confronto, mantenendo gli occhi chiusi.
Il primo uomo sopravvive: solo una volta ultimato l’incendio, alza gli occhi al cielo, libero, salvo, pur sempre immobile. Il secondo uomo invece sparisce, portato via dalla forza che lo ha esposto alle intemperie.
La lezione di questi martiri mi sembra chiara: a cambiare il nostro destino è il modo in cui guardiamo alla vita, alla sua crudeltà. Al suo essere vita che ci espone agli elementi.
La nostra sopravvivenza non dipende da ciò che ci capita ma dal modo in cui accogliamo ciò che avviene: a viso aperto o a testa bassa.
Diversa è la storia nella navata sinistra dell’altare, fatta di Aria e Terra.
All’Aria è stato consegnato il corpo di una donna, teso da parte a parte come (e con) un’unica corda: issata come una vela bianca, il corpo della donna si espone alla violenza del vento, si gonfia nel suo vestito bianco e diventa vela di un galeone nelle asperità.
Sentiamo il dolore ma anche la resilienza, la capacità di smettere di essere fusto e diventare fuscello, di piegarsi senza spezzarsi, resistere senza perire.
Quando la tempesta si placa, il corpo ormai ha sperimentato la sua plasticità di lenzuolo e ramoscello, di tessuto e di laccio: la martire col suo corpo testimonia che se diventiamo vele nei cambiamenti, possiamo tornare sgualciti ma integri nella nostra sostanza.
C’è invece solo un elemento che inverte il destino dell’uomo ed è quello che dà il nome anche al nostro pianeta: nel racconto della Terra, qualcosa dei martiri visti finora cambia.
In questa storia, granello dopo granello, il processo del martire non è di sopportazione ma di liberazione. Qualcosa dall’alto aspira la sabbia al cielo permettendo il progressivo disvelamento di un uomo che era rannicchiato, piegato, annichilito sotto il peso di una montagna.
Granello dopo granello, quel peso si è ridotto fino a sparire, lasciando il corpo libero di ergersi nella sua forza.
La terra non pesa più sull’Uomo ma ascende, sale e il corpo di questo martire ora è saldo, in piedi, dignitoso. La Terra ora è sotto i suoi piedi.
L’ultimo elemento di questa quadrilogia martirica mi suggerisce che solo invertendo il flusso del tempo e dello spazio si può ritornare alla vita.
Creando l’inaccettabile, creando l’inconcepibile, come facciamo noi dentro i presepi, stravolgendo le leggi della natura e del tempo.
Nel caso della Terra, solo invertendo le leggi della gravità – della nostra stessa gravità – possiamo risollevarci e possiamo compiere l’impossibile miracolo: il ritorno alla vita.
La possibilità di invertire i flussi di vita e morte, mi riporta ai versi de Il Cuore che ride, una poesia di Charles Bukowski:
“Non puoi sconfiggere la morte ma puoi sconfiggere la morte in vita, qualche volta.
E più impari a farlo di frequente, più luce ci sarà.
La tua vita è la tua vita.
Sappilo finché ce l’hai.”
I martiri e le donne di Bill Viola non fanno forse questo, sconfiggere la morte in vita?
E anche la stessa Napoli, che in questi giorni d’amore mi fa rabbia con la sua disperazione, non fa forse questo?
Con tutto il suo affannarsi, il suo spingersi in direzioni ignote pur di avanzare, il risollevarsi dalla valanga di terra dopo un ennesimo progetto fallito; con il suo resistere ai venti del tempo, il subire la pioggia di insulti di chi la vede sempre ultima; con il coraggio fermo davanti al tempo che brucia tutte le opportunità, Napoli non sta solo provando, anche lei, a sconfiggere la morte in vita, qualche volta?
“Ci sono delle uscite.
Da qualche parte c’è luce.”
Esco in strada, sta scendendo la sera. Stavolta il buio sembra avvolgere tutti.
“Forse non sarà una gran luce ma la vince sulle tenebre”, continua la poesia.
Si accendono le lucine natalizie: si illumina la corona di spine nei vicoli dei Quartieri Spagnoli.
Forse non sarà una gran luce, ma a Napoli la vince sulle tenebre.