Fino al prossimo giro di boa

Una mia cara amica, più grande e matura di me, quando ero adolescente una volta mi disse “fatti più amici possibili, sempre, perché non saprai mai chi troverai accanto nel momento del bisogno.
Non dare per scontato che ognuno nella tua vita avrà il ruolo per il quale è entrato”.

Per anni l’ho considerata una sentenza troppo pessimistica di una persona già scottata dalla vita, un tentativo gratuito e inconsapevole di estendere su di me la bruciatura di un tentacolo di medusa che non mi avrebbe mai toccata.
Eppure crescendo quel monito è tornato spesso a farmi visita, come fanno i ragionevoli dubbi nei quali proviamo a non inciampare, terra d’ortica sulla quale proviamo a non cadere.
Da allora ogni anno mi confronto con questa frase come se fossi a un giro di boa: analizzo i tentacoli di questa verità e i suoi filamenti bianchi diventano sempre meno minacciosi, assumono quasi un aspetto familiare come una cruda prova di verità davanti al banco del tempo.

Come accade esattamente quando veniamo punti da una medusa, quando siamo feriti non è colpa della medusa e non è colpa nostra.
Ogni tanto riesco a scansare questa scottatura tentacolare, altre volte no: il problema è che il corpo non memorizza certe delusioni e ogni ferita brucia sempre come fosse la prima. Persone sulle quali facevo affidamento sono sparite e altre, poco visibili al mio sguardo, hanno assunto lo splendore dell’oro nella notte: appartiene a loro la luce calda che mi è cara, come torcia per i sommozzatori nel mare oscuro.

È strana la vita.
Con lei ondeggiano vicende ed opinioni e ogni volta al nuovo giro di boa mi chiedo sempre cosa riserverà il mare, un po’ più in là, dove è un po’ più aperto.
Se ci saranno altre meduse, altri tentacoli, quali saranno i volti dimenticati e quelli riaffiorati alla superficie. Dove saranno le delusioni, dove i traguardi.
Se la marea si alzerà, come sarà continuare a nuotare da soli, ben consapevole che tutti cerchiamo solo qualcuno con cui condividere il viaggio, anche se sprechiamo le nostre migliori energie per tenere lontani gli altri.
Mi chiedo se ci continueremo a muovere come banchi di pesci che non si sanno più riconoscere o se inizieremo davvero a vederci e a tenerci vicini, fino alla prossima boa, che sarà un po’ più in là e ci costringerà di nuovo a misurarci con noi stessi e l’acqua che abbiamo attraversato.
E mentre le parole di chi si è già allontanato iniziano a scivolare verso il fondo del mare, mentre dimentichiamo il volto di chi ci era stato amico, mentre il corpo dimentica ogni puntura di medusa, mi chiedo se questo nuotare porterà alla fine a un’altra terra –

dove?

forse in alto a destra, alla prossima pagina.

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