Non lo chiamavano lupo di mare da una vita: di Furore Vitaglione al Circolo Nautico ormai era rimasta solo l’ombra dei suoi viaggi attraverso il Mar Mediterraneo.
Il suo vero nome era Furio, ma da quando aveva sedici anni lo chiamavano Furore.
“Tu sì ‘nu sfuresto”, dicevano le insegnanti per descrivere il suo temperamento inquieto e liquidare in una rapida sentenza quella che molti definivano un’ingestibile arteteca, cioè l’impazienza e l’insopportabile incapacità di Furio di stare seduto al proprio posto in classe.
L’insegnante di latino, la più cattiva di tutte, arrivò a dirgli che era colpa dei suoi genitori se Furio era così: non si riferiva al modo in cui era stato educato né tanto meno a una presunta loro responsabilità biologica nell’intolleranza del ragazzo. Per lei la condanna centrale era stata nel nome che l’aveva ineluttabilmente marchiato a fuoco.
“In nomine omen, sai cosa vuol dire Furio? Che i tuoi genitori ti ci hanno condannato a essere così, ti ci hanno condannato a essere una furia”.
Furio era un ragazzo di pochi pensieri e di gambe recalcitranti sotto i banchi di scuola: dopo pochi minuti seduto, le caviglie singhiozzavano, i polpacci diventavano tesi, le ginocchia battevano contro il legno e non di rado Furio tornava a casa con le chewing-gum di qualche compagno attaccate sui pantaloni.
I sussulti delle sue gambe erano così forti che il banco sembrava mosso da una spinta della terra e più volte compagni e insegnanti furono suggestionati da quel movimento a tal punto da credere che stesse iniziando un vero e proprio terremoto.
Fu così che Furio si convinse che a scuola forse avevano ragione, era quello il suo destino: essere sfuresto. Diventare Furore.
Adesso quel ragazzino aveva più di settant’anni.
Furore riusciva a stare seduto, ma per le leggi beffarde del contrappasso che giocano sulla crudeltà della vecchiaia, era costretto a farlo il più spesso possibile per una rapida osteoporosi che avanzava. Non lo chiamavano lupo di mare da una vita: a qualche maligno del Circolo aveva sentito dire a bassa voce che, di quello che era stato, oggi rimaneva solo l’ombra dei viaggi attraverso il Mar Mediterraneo.
Per questo un pomeriggio, accanto al mare di gennaio che lo rassicurava con i suoi occhi freddi oltre la vetrata, sotto la luce tiepida e soffusa della Sala Grande, iniziò a battere lentamente sulla macchina da scrivere della segreteria del Circolo.
Di quel moto di impazienza giovanile che si diramava dalle ginocchia, ora gli era rimasta solo una debole energia che arrivava alla punta delle dita. Così, con un leggero tremolìo, prima che la sua ombra si stendesse definitivamente sul ragazzo e sull’uomo che era stato, con dita claudicanti iniziò lentamente a battere le parole: “mi hanno sempre chiamato Furore Vitaglione e questa è la mia storia”.

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