Potevo andare nella direzione di ciò che è in corsa, della crescita, dell’espansione, del mondo in movimento, dell’arrivare.
Potevo andare in quella direzione, del cieco ottimismo, della linea retta.
Invece ho preferito la vista a chiazze e la curva stretta, il tornante.
Ho scelto il mondo decadente del chi esiste ora e qui, ho scelto la pasta delle mani gonfie di una signora e l’acqua da misurare dentro occhi visti per la prima volta.
Ho preferito le rotatorie alle traiettorie, il tornare indietro in un modo ciclico ma sempre nuovo, come un’impastatrice che fa lo stesso giro ma ogni volta riduce tutto sempre di più, ammorbidisce la materia, la amalgama, la restringe, la fa diventare più buona, pronta: essenziale.
Ho preferito abbandonare il mito positivista che fa cercare professioni performanti, in un mondo domandante.
Mi sono posta dalla parte dell’offerta non richiesta, di chi getta in strada quello che ha dentro, di chi si orienta non sul mercato ma su un criterio umano più antico, in cui la domanda viene da dentro ed è più di una. Perché anche di quello c’è fame e c’è sete, e se non c’è il suo prezzo sul mercato è solo perché ancora si riesce a commisurarne il valore.
Mi sono messa dentro panni nuovi e già pieni di buchi, già pieni di errori, errori nuovi di una vita diversa in cui però la taglia, quella sì, forse è più tua. E come per tutti gli errori, sarà il tempo a giudicare, e come per tutti gli errori, la correzione si farà avanti: non in linea retta, ma nella prossima curva.







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