Si chiama Museo Darwin–Dohrn, è la stazione zoologica di Napoli.
La struttura è bassa e ha solo un piano: è così piccola che ai miei occhi più che un museo è una casa che si è divertita a reinventarsi, che ha ingannato tutto e tutti, cambiando nome e identità per provare a essere qualcosa di più grande.
Ha i lampadari accesi dentro, anche se fuori c’è ancora luce, una luce forte, da tramonto che tarda ad arrivare.
Non capisco lo spreco elettrico di questa piccola casa museo, non capisco perché provi ad essere un punto ancor più brillante in una distesa già offerta di luce. Chi sta cercando di attirare?
Dentro quella luce, in questa casa museo, avresti abitato tu. Parte di un sistema, “della ricerca”, avresti offerto la tua vita alla scoperta e io mi sarei nascosta dietro le tue spalle, per fare sì il mio viaggio, ma pur sempre al ritmo delle tue onde, perché amare significa cercare i tempi giusti per navigare insieme.
Guardo la stazione zoologica: non è solo una casa museo, ma il suo nome nasconde un’altra natura.
La natura mutevole, transitoria, da fermata: si chiama stazione, ma sembra che mi voglia spingere ad andare via.
Invece resto qui, sorda ai suoi ordini, al suo respingermi, perché ho bisogno di osservare e contare quante volte sei stato tu ad andartene dalla mia vita.
Ne conto così tante che i miei occhi sbiancano nel guardare dentro le possibilità che avremmo avuto. E nel contare gli scenari possibili, inizio a vederti.

Avrei finito di lavorare e sarei venuta qui.
Mi avresti fatto entrare chiedendo il permesso ai professori.
“Due cose da finire e ci sono”: ti avrei aspettato accanto al computer, tu seduto a curare gli ultimi dettagli di qualcosa che inevitabilmente avresti concluso domani e io, in piedi, a sbirciare corpi di animali che non avrei conosciuto e ora mai conoscerò.
Avrei invaso il tuo campo e non avresti fatto scattare l’allarme, la mia curiosità ti avrebbe rassicurato del fatto che la tua donna è bambina e tu puoi essere insegnante.
Ma avresti spiegato con pazienza il tuo mondo a un’amata ignorante? Avresti messo nei tuoi palmi ciò che conoscevi, per donarlo senza possibilità di restituzione?
Eravamo di mondi diversi: due città diverse, due regioni diverse, due lavori diversi.
Ma questa distanza ci garantiva una possibilità di sopravvivere in un universo che si brucia in fretta.
Vicini, eppure in alcuni luoghi inaccessibili all’altro: questo spazio inarrivabile, il nostro essere Achille e la tartaruga ci avrebbe salvato, ci avrebbe permesso di proteggerci, di cercarci, di non esaurire la tensione, di non usurare il filo.
Eppure, nella fisica dei corpi e in quella dell’evoluzione, non hai capito quanto deve pesare la massa per non perdersi, per non svanire, per non essere sorpassati dagli eventi.
E cosa sono gli eventi?
L’evento, nelle teorie delle probabilità, è uno dei possibili risultati di una prova che definisce un insieme di possibili esiti o casi, incompatibili tra loro. L’insieme dei casi che si escludono è detto spazio degli eventi o insieme universo, può essere finito o infinito.
Quali eventi non si sarebbero mai verificati, se proteggermi fosse stato più importante di non avere vincoli?
Se avessi accettato la sfida di conoscere lo sconosciuto, esplorando incompatibili spazi di prova?
Dove saremmo ora se avessi lanciato diversamente il dado, se avessi ritentato finché l’esito della prova non fosse stato quello di restare vicini?
Nel solo evento unico in cui saremmo rimasti insieme, come avremmo affrontato le guerre, la distruzione del mondo?
Cosa sarebbe deflagrato nelle bombe e cosa sarebbe rimasto?
Sarei diventata donna o sarei tornata bambina?
In quale forma avrei conosciuto la libertà? In quale, invece, la felicità?
Perché felicità e libertà, per alcuni viaggiano su binari opposti: si fidano delle fiabe che si chiudono con “e vissero felici e contenti” e mai “e vissero felici e liberi”.

C’è una fontana accanto alla stazione, i cani si abbeverano, ben attaccati ai loro padroni.
I pessimisti dell’amore, in questi cani felici nel loro sicuro guinzaglio vedono la conferma che per essere felici bisogna essere contenti, mai liberi: perché non si può essere sia felici che liberi, almeno non nello stesso momento.
In un altro universo di probabilità, forse avremmo preso un cane, forse avremmo vissuto insieme.
Forse ora sarei a casa: avrei fatto la spesa, starei cucinando per te, ti starei aspettando in un appartamento ai Gradoni di Chiaia.
Invece sono qui fuori, a guardare una stazione zoologica, una casa museo e tutta la vita che non abbiamo avuto mentre la luce del cielo inizia a spegnersi dentro un timida goccia rosa.
Anche le luci della stazione si abbassano: forse l’ho giudicata male, forse non vuole brillare più delle altre cose intorno.
Forse vuole solo provare a seguire gli eventi esterni, prevenirli, indirizzarsi, barare con i dadi del tempo che cambia.
La casa museo si svuota, escono persone per far entrare silenzio.
Per un attimo, ti vedo uscire da quella porta: gli universi alternativi che non abbiamo vissuto si ricongiungono.
Ti vedo venirmi incontro e la storia si compie come si doveva compiere senza i nostri sbagli, nella corretta combinazione dei desideri.
I piani temporali si ricuciono, lenzuola strappate, bende sulle ferite, carne rossa aperta.
Siamo nella casa che non abbiamo mai preso e il vento entra, portando futuro.
È un attimo.
Solo un attimo.
Un attimo di ordine in cui sono felice.
Felice di aver incontrato e anche perso un amore che – a occhi aperti, lo so – non uscirà da quella porta, ma che per un momento in mille universi ci sarebbe potuto essere.
Per un momento, in mille universi, c’è stato.
Per un momento, in mille dimensioni, c’è.
Il momento-evento dentro di me, in un universo-prova, si è verificato: uno, su uno spazio finito o infinito di possibilità.
Il cielo continua a scurirsi, le luci della casa museo diventano più tenui.
In questa dimensione, in universo che non è di prova ma di fatti, non ci sei e non ci sarai.
E mi è chiaro perché la casa museo, la stazione zoologica, spinge fuori tutta la luce che ha dentro anche quando il mondo fuori non glielo chiede: prova solo ad essere all’altezza di un cielo che cambia e che fa paura, prova a seguire le cose per capire dove la porteranno, al di là degli esiti dei dadi, lanciati sempre altrove anche quando crediamo di averli nella nostra mano.
Il tramonto chiude la cerniera del giorno: dentro il buio arriva un vento freddo che rende inospitale questo luogo.
Per non finirci chiusa dentro, mi alzo e vado via.
Ti lascio lì, (l’)amore, lascio tutti i nostri mondi tra prato e mare.
L’amore va via, ma resta con me il ricordo di aver amato.

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