Non ho mai capito il suo vero nome e lei a me non si è mai presentata: nasce nella mia mente come la figlia della portiera.
In italiano il termine corretto è portinaia ma in napoletano per tutti la guardiana di un palazzo è una portiera, cioè persona-pezzo, una persona che persona non è, è una funzione: appunto, una portiera. Della portiera nessuno si chiede i reali pensieri e la reale vita, della portiera nessuno si interessa, perché le persone-pezzo devono avere sentimenti semplici affinché non si aggiungano a complicare i nostri, i soli a essere umani.
La figlia della portiera entra nella mia vita già vecchia, insidiando in me le prime contraddizioni dell’esistenza, tra cui il fatto che possano esistere bambini con ragnatele di rughe.
La prima volta che la vedo ho nove anni e mi sto trasferendo in una casa nuova che diventerà casa mia. La figlia della portiera mi guarda entrare con valigie e pacchi: è alta quanto me, farfuglia qualcosa in una lingua incomprensibile che io e i miei fratelli prima impariamo a temere e poi temiamo di decifrare.
Ogni giorno della nostra infanzia in cui ci incontra, la figlia della portiera inizia a parlare come se ci abbaiasse contro e noi abbiamo insegnato ai nostri amici a fuggire a quell’involontario attacco verbale annuendo con educazione, restituendo sorrisi gentili al posto di domande. Da quando sono piccola, penso che sia stata partorita così, venuta al mondo già con le rughe, la voce roca e il lessico incomprensibile, con un’età indefinita – oserei dire antica – dall’anagrafica misteriosa.

Quando mi trasferisco negli anni 2000 sua madre la portiera è già allettata, è un corpo senza materia che non incontro mai, una voce alla quale una bambina dalla pelle e dai capelli macchiati obbedisce fedelmente, anche malvolentieri. La voce della portiera è tuono rabbioso che entra nei fili dell’ascensore, vibra nel ferro delle porte automatiche: penso che è con quella forza di fulmine che ha conquistato l’ubbidienza eterna di sua figlia.
La figlia della portiera resta sempre a ringhiosa disposizione della madre: resta, letteralmente, là dove può essere raggiunta dai suoi ordini, per questo non esce mai dallo spazio che va dalla porta di casa al portone del palazzo.
Fuggendo dai suoi agguati verbali nel corso della mia adolescenza, capisco che il mondo da lei esplorato si ferma ogni giorno lì.
La figlia della portiera resta accucciata su questa lingua di terra, ben attenta a non scendere il gradino del portone, a non cadere nel vuoto delle Colonne d’Ercole: è il marciapiede la fine del Mondo Conosciuto e lei si ferma sempre lì, incardinata in un muro che la separa dagli altri, salda sulla propria riva.

Un giorno la voce della portiera si spegne.
Ad annunciarne la morte, un manifesto funebre.
Da quel momento, la figlia della portiera diventa una vecchia orfana: il suo mondo non si frantuma, non deflagra, si estende solo leggermente, lentamente, fino alla fine del marciapiede, al minimarket, alla statua della Madonna, al macellaio.
La Terra non è conquistata, è stato solo il mare ad arretrare di qualche metro per lasciare più spazio al bagnasciuga: le Colonne d’Ercole non sono sparite, si sono spostate solo un po’ più in là. E il mare, il mondo, fuori fa ancora paura con le sue onde di libertà.

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Negli anni, il mio rapporto con la figlia della portiera è cambiato: riesco a intuire delle frasi, riesco a farle delle domande. Mi faccio accompagnare dalle sue parole fino all’ascensore, dentro il quale ogni volta sparisco con un cordiale “arrivederci”.
Io per lei sono “signurì”.
Lei, per me, è “signorì”.
Una vocale ci separa, mentre le consonanti inanellano un legame di cortesia, che nel tempo da parte mia è diventata delicata protezione della sua sensibilità.
Mi osserva ogni volta che attraverso il suo pezzo di terra, il regno lasciatole in eredità dalla madre.
Quando sono vestita bene le brillano gli occhi, mi riempie di complimenti e mi fa sentire una regina del ballo che appare per la prima volta nella sua corte.
Le vedo la lingua dentro un sorriso: quel ringhio arrabbiato e legato all’amore-padrone sembra sparito.
Quando la vedo così entusiasta di me, vorrei prenderle le mani e portarla indietro nel tempo, per farla tornare ragazza, restituirle delle occasioni per scegliere e cambiare la forma del suo viso. Poi abbandono questa fantasia irrispettosa della sua vita e cerco di dare intensità ai nostri scambi, nei limiti che ci sono consentiti: dal rapporto, dal tempo, dalle scale, dall’arrivo dell’ascensore.
Un giorno d’estate mi vede scendere in shorts e canotta, con sotto il costume da bagno e la borsa per il mare.
È uno di quei giorni in cui il caldo è insopportabile e andare al mare significa solo gettarsi dentro una grande bacinella d’acqua calda insieme a tante altre persone.
Lei mi dice qualcosa che non capisco – come sempre –, io mi fermo per cercare di decifrarla. Resto sulle Colonne d’Ercole insieme a lei, in attesa degli amici che devono venirmi a prendere.
C’è un vento caldo che allevia, lei ha le ciabatte e un vestito.
Le dico che sto andando al mare.
Lei mi chiede se so nuotare: le rispondo di sì, certo, mi piace nuotare, è bello nuotare.
– E voi, signorì, nuotate?
La figlia della portiera ride, ride in un modo nervoso e al contempo infantile, innocente, come se avessi detto la sciocchezza più grande sulla faccia della terra.
– No no, signurì, no no… per carità!
– Ma vi piace il mare? Fate qualche passeggiata sul lungomare, in Villa Comunale?
I suoi occhi neri iniziano a brillare, fa una lunga pausa. Si appoggia a un lato del portone, una delle sue Colonne d’Ercole.
Guarda fuori i suoi confini.
– Vuje ‘o jate a vedè, ‘o mar’? mi chiede, ignorando le mie domande.
– Certo signorì, io vado a vedere il mare. E voi, ci andate ogni tanto?
La figlia della portiera ride, imbarazzata, come se fossi diventata un gentiluomo che le fa troppi complimenti, che le attribuisce qualità straordinarie.
– Signurì, je nun song mai jut ‘o mare. Pur a lontan’: ‘o mare me fa paura! Paura assaje!
– In che senso vi fa paura? Ma anche vederlo?
– Signurì, a me ‘o mare… si ‘o vec… pur ‘a luntano… me fa venì ‘a vermenara! ‘E vierm’ ‘ra paura int ‘a panza!
Accompagna l’affermazione con un gesto della mano che mi fa intendere in quale punto del suo corpo si annidino i vermi della paura.
– Signorì, ma non volete provare una volta a vederlo? Vi perdete qualcosa…
– No no, signurì… a me ‘o mare… mi fa troppa paura… già ‘a luntano… me sento ‘na cos’…
La risata diventa isterica, la voce si assottiglia, diventa stridula mentre gli occhi continuano a brillare non per gioia ma per lacrime trattenute, come se la stessi trascinando io vicino al mare, come se le stessi forzando il naso contro l’acqua.
Spezza la risata, guarda a terra, si cerca i piedi per assicurarsi di essere ancora lì, salda, dentro il suo Mondo Conosciuto.
I miei amici arrivano, la saluto.
Fa un’altra pausa, poi ride, pensando ancora all’assurdità della mia proposta.
Mi insegue con questa frase: quanno veco ‘o mare, me n’aggia fuji, voglio sul turnà a casa, signurì!
Mi vede scendere sul marciapiede, avvicinarmi alla strada.
Chiude il portone del palazzo.
Mi volto e la saluto di nuovo con la mano.
Lei mi guarda dal vetro, i suoi occhi neri mi spiano, ancora più liquidi.
Quando chiudo la portiera della macchina, lei è ancora lì.
La vermenara la tiene attaccata al marmo dell’androne.
La vermenara l’ha tenuta attaccata a sua madre.
È salda, dentro la vermenara che ha costruito il suo mondo.

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