La febbre e il fuoco

Quando ero piccola, se la temperatura saliva troppo deliravo.
Mi capitava spesso di avere febbri da cavallo, che arrivavano a 39°, a volte 40°.
Perdevo la cognizione del mondo e la realtà si costellava di allucinazioni.


Una volta immaginai di vedere la mia abat-jour piena di cerume solo perché in alcuni punti era ingiallita e il mio fastidio era così invasivo che arrivai a chiedere a mia madre di pulire gentilmente le orecchie della lampada, perché era proprio indecente lasciare un oggetto in quelle condizioni… nella nostra casa, poi!

Altre volte la mia pelle in fiamme era carta vetrata contro le lenzuola, mentre il digrignare dei denti diventava gessetto sulla lavagna. Quando avevo la febbre così alta, entravo in un universo sensoriale alterato, dal quale era impossibile uscire senza che qualcuno mi tendesse la mano.
La mano era quella di mio padre, qualche volta di mia madre, molto spesso di mia nonna.
Le loro dita fredde si spegnevano sulla mia fronte come sigarette contro un posacenere di vetro.
Ricordo che quello stare così male a un certo punto mi costringeva a smettere di lottare: mi sentivo sconfitta, mi arrendevo ad accettare l’ineluttabile, abbandonavo la smania di guarire, di salvarmi.
Dovevo solo lasciarmi andare: cadere inerme, inerte, nelle cure di un altro. Solo una volta arrivata a quel punto, potevo risalire.

I miei genitori lavoravano tutti i giorni, moltissime ore al giorno. Non sempre potevano seguire una bambina che si ammalava così spesso, cosa che mi faceva sentire colpevole e ancor più bisognosa.
Quando avevo la febbre così alta, mia nonna mi portava il brodo a mezzogiorno ma prima che io potessi mangiare mi spogliava sempre: era una pratica che sembrava quantomeno barbara a una bambina che in quel momento lottava tra il ghiaccio e il fuoco. Non lo sapevo ancora ma applicava su di me la lezione, pagata a caro prezzo, di aver perso una neonata per l’assenza di quella premura, per l’ignoranza di ciò che era giusto fare.

Mia nonna aveva perso una figlia per la febbre negli anni ‘60, quando la scienza medica credeva che più si era investiti dalla febbre, più bisognava coprirsi. Quanti morti hanno fatto le convinzioni sbagliate?
“Quella creatura… morì tra le fiamme”, mi disse anni dopo in una delle nostre lunghe conversazioni, quelle in cui le aprivo le piaghe dei ricordi e ci affondavo dentro le mani per vedere cosa usciva ancora di vivo da lei, dalla sua vita, cosa usciva da Anna prima di me.
Credo che esista un principio egoico per cui è quasi blasfemo pensare che le persone che esistono già quando arriviamo nel mondo (o che amiamo particolarmente) abbiano portato avanti vita e giorni senza di noi. Per certi versi ci scandalizza, perché più amiamo qualcuno più pensiamo che la sua esistenza senza di noi sia niente, sia una truffa, una farsa, un’attesa del nostro arrivo: indagare nel suo passato significa richiedere che quell’esistenza sia in qualche modo verificata, certificata, per confrontarla con il nostro presente e futuro, per vedere se ha superato brillantemente qualche prova – a noi sconosciuta – richiesta dal tempo.

Io con mia nonna ogni tanto spingevo sulla porta dei ricordi, perché una nonna che era una madre davvero non riuscivo a concepirla. Ma sapevo che c’era stata.
Capii molto tempo dopo che, nei vari modi in cui era esistita come madre, ce n’era stato uno in cui aveva sofferto e questa donna si risvegliava e si difendeva dai suoi sbagli quando mi vedeva con la febbre, in ogni gesto con cui mi spogliava, in ogni movimento con cui mi lavava. Ogni volta che costringeva la mia pelle a respirare faceva rinascere in me le scelte giuste che il passato le aveva negato.

Dopo queste operazioni, mi vestiva, mi rimetteva a letto e mi dava il brodo con l’uovo. La pastina era sempre il seme di melone e il brodo era sempre con l’uovo. Poi, come succede con le cose buone, una volta svolto il suo ruolo mia nonna andava via, generalmente mentre mi addormentavo.

Bastavano un paio di pomeriggi così e tornavo a stare bene. Quelle sue operazioni erano propiziatorie, taumaturgiche: di quel modo di vivere la malattia ricordo distintamente che ogni volta che iniziavo a stare meglio mi sentivo pulita; in un senso più profondo, mi sentivo purificata. Quel fuoco che ardeva e mi bruciava, una volta abbandonato il mio corpo non lasciava cenere ma solo vento, aria, spazio, sole, erba, alberi. Il fuoco lasciava qualcosa di nuovo. In una parola: rinascevo.

Del dolore mi è rimasta l’idea che esso eserciti un ruolo: ogni cosa che fa male, deve solo fare il suo corso e se non ci ha ancora abbandonato è solo perché ha ancora qualcosa da insegnarci. Quel fuoco passerà e lascerà qualcosa di buono.
Non ho più avuto quelle febbri e con esse sono spariti i deliri, si sono estinte le allucinazioni infantili: sono guarita ogni volta e sempre meglio.
Ironicamente, ai miei amici confido di sentirmi un prodotto miracolato della scienza moderna.
Ma non credo che il merito fosse tutto delle medicine: credo di essere guarita e di non essermi più ammalata così, da un certo punto in poi, per una ragione ben precisa.
Perché ogni volta che stavo per sparire, qualcuno che amavo è venuto a salvarmi.

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