Notte 22 di quarantena.

 Giovedì 2 aprile 2020 – Giorno 23 di quarantena.

Stanotte ho sognato di scappare in bicicletta verso il mare.

Nel sogno esco dalla porta di casa, chiamo l’ascensore e aspetto in silenzio che il cerchio rosso attorno al numero “6” smetta di pulsare in modo sanguigno, consapevole che a pomparci dentro globuli rossi e piastrine è proprio il battito della mia paura.

La mia bicicletta è già sul pianerottolo, la impenno per metterla in verticale così da far entrare in quello spazio angusto di fuga sia me che lei: faccio scorrere i sei piani, un ronzio sordo e un tonfo finale mi annuncia che l’ascensore ha smesso di trattenere il fiato.

Sono arrivata.
Sono arrivata al piano terra.
O forse dovrei dire: Terra.
La vedevo dal balcone di casa la Terra, ma ora, dopo tre settimane di lockdown, sto per avvistarla come fosse la prima volta.
L’ascensore mi sputa fuori come uno dei suoi dubbi e decide definitivamente per me e la bicicletta.

Fuori.
Lo sto facendo.
Sto scappando.
In un secondo sono in strada, “in direzione ostinata e contraria”, opposta al senso di marcia, ma la marcia esiste quando ci sono oggetti e persone in movimento, mentre ora la strada è immobile, una lingua atrofica di asfalto. Quindi sono solo in direzione ostinata, dentro uno spazio deserto.


È un’ora del giorno che si confonde con quella della notte, un’ora in cui non ci sono nuvole ma grumosi anelli di fumo, esalazioni di sogni e pensieri della città.
È un fumo basso dentro il soffitto rosso e rosa del cielo: forse è l’ora del tramonto, forse sono le prime luci dell’alba, non riesco a capirlo.
Non importa.
Importa scappare, andare verso il mare.

Corro in bicicletta, le mani si attaccano sulla plastica del manubrio mentre il freddo di quell’ora indecisa tra il giorno e la notte congela il collo e le orecchie, insieme al buon senso.
Attraverso Piazza Spartaco, scendo lungo Via Roma, finché non sterzo a destra: mi avvicino al mare, ma a Piazza Ferrovia ho il terrore che ci sia la polizia.
Cosa potrei mai dire, come potrei giustificare la mia violazione, il mio reato?
Cosa dovrei dire della mia mancanza di rispetto verso tutti, verso i voti e le astinenze degli altri?
Verso la quarantena, verso De Luca, verso i medici, verso quelli che si fanno in quattro per proteggere gente come me?
Gente che in un’ora sospesa scappa.
Dalle responsabilità, dalla routine scandita, dai telegiornali e dalle app di fitness – maledette app di fitness.
Scappa dall’eroismo silenzioso della pazienza e si getta nel mondo solo, egoisticamente, per riappacificarsi con il moto delle proprie cellule, che è rimasto lì, immutato, a chiedere un orizzonte mobile, in grado di spostarsi quando tutti fuori chiedono di stare fermi.

Cosa dirò alla polizia? Dirò questo?

Non ho un’autocertificazione, nessun alibi, nessun parente da andare a trovare – neanche la carta d’identità con me.
Niente. Sono un fantasma in sella a una bicicletta, una fuorilegge, una che fa le cose al contrario, che naviga la Terra per arrivare al Mare. E navigo Piazza Ferrovia correndo fortissimo.
Se la polizia c’è, mi fermerà.
Se mi fermerà, è finita.
Ma in fondo, mi importa davvero?

Corro e guardo a destra: fuori a un bar c’è una volante.
È finita davvero allora.
Il gelo sulle orecchie e sul collo ora si scioglie in sudore, pedalo più forte.
Sorpasso la volante.
Mi fermo a un incrocio, mi guardo alle spalle convinta di avere i poliziotti dietro di me.
Aguzzo la vista: l’auto è vuota.
Inspiro. Non riesco a crederci: ci sono andata vicina.
Espiro e riporto la paura dentro i polmoni, provo a cancellarla mettendola nelle ginocchia e riprendo a pedalare.


L’aria è sempre fredda, continuo a non capire se stia venendo giorno o se stia facendo notte.
Mi avvicino al lungomare vuoto, sotto il controllo vigile dei gabbiani.
Arrivare lì non è il mio obiettivo: voglio arrivare più in fondo, più in là, sui lidi, dove il mare diventa vero, dove ti tocca la punta dei piedi, dove ti illudi di afferrarlo, dov’è lui che ti chiama. Non voglio questo mare borghese da passeggiate e gelati, voglio il mare vero, quello di acque di tessuto.

Pedalo ancora, arrivo in fondo al porto mercantile, sorpasso gli chalet abbandonati che mi riportano alle cene sospese per il covid e vado oltre i cantieri navali.
Guardo i macchinari della Fincantieri con i fili abbandonati a mezz’aria, senza ago, senza crune.
Le gru hanno il proprio becco da pellicano aperto verso terra ma dentro non ci sono pesci da un pezzo, mentre le navi sembrano disegni interrotti da bambini chiamati a tavola.


Prendo una rotonda, giro a destra, la strada si fa ripida.
C’è una pendenza, il fiato si fa più corto mentre l’adrenalina sale come l’inclinazione dell’asfalto.
Mi sto avvicinando al mare.
Inizio a rivederlo sulla mia destra.
È libero, è in silenzio: è senza di noi.
Arrivo a bordo strada e scendo verso la spiaggia, lo faccio lentamente per non svegliarlo.
Abbandono la bicicletta sulla spiaggia vulcanica e resto in silenzio.
La luce è arancione, forse sta arrivando un nuovo giorno.
Forse allora è l’alba.
L’arancione si schiarisce lentamente e mi mette negli occhi una luce e una risposta: sì, è l’alba.

Forse il mare dorme ancora.
Forse per questo mi ha chiamata in sonno.
Lui mi chiamava dentro il suo sogno, io lo raggiungevo dal mio.
Entrambi stiamo ancora dormendo.
Cercavamo solo qualcuno con cui svegliarci.

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