Sono le 22.30, siamo oltre il coprifuoco.

Sono le 22.30, siamo oltre il coprifuoco.

Vado via da una casa che non è mia.

È una serata confusa, a spingermi in strada sono le luci di una sirena che ancora non c’è e che non voglio incrociare, oltre a una dose di pensieri che dimentico dal sesto al primo piano.

Apro la porta dell’ascensore: per arrivare al portone e andare in strada, serve scendere delle scale, attraversare un cortile, risalire altre scale.

Scendo nel cortile interno del palazzo – un quadrilatero che unisce due scale di condomini – quando sulla mia sinistra vedo un bambino.

Quel bambino, nel cortile vuoto del palazzo, è sulla seconda rampa di scale, sotto il balcone interno di un primo piano: è in silenzio, sereno, sotto il ritratto di una madonna.

Quel bambino lì, occhiali tondi e grandi di chi usa lo spessore del vetro per aguzzare la vista, si tiene sulle punte per impugnare il manico di un carrello, poi sistema delle buste una sopra l’altra. Dà un paio di colpi, uno a destra, uno a sinistra, per non farle cadere.

Sono buste di immondizia.

La mamma, una condomine del palazzo, compare da un angolo e gliele porta lentamente, come se dentro quei sacchi ci fosse anche la sua stanchezza.

Pochi giorni prima, in quel palazzo, avevo sentito parlare di una mamma e di un bambino che raccoglievano l’immondizia dei condomini per racimolare più soldi: da ogni famiglia prendono 5 euro al mese, così raccolgono “la munnezza” di tutti.

Perché non si accetta pietà, lavori sì.

Mi fermo al centro del cortile e una morsa mi stringe la pancia e gli occhi: per vari secondi, resto a guardarli entrambi nelle loro laboriose operazioni serali, immobile, come se fossimo dentro una scena di un film che mi è proibito interrompere o in autostrada, diretta allo schianto.

La realtà è che non riesco a dire o fare nulla che non suoni come un pessimo pietismo borghese.

Voglio parlare ma, disadatta ai miei pensieri, mi riempio gli occhi delle guance e degli occhiali di quel bambino ancora una volta prima di scappare via, tenendomi stretta in tasca la vergogna della mia vita fortunata, con la voglia di farla scivolare via come una biglia da una tasca bucata.

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