Ricordo ogni volta che si faceva sera.
Tu, nonna, come una chioccia lenta, andavi in sala a cenare, accendevi la televisione e spegnevi le luci nel resto della casa.
La sala in cui mangiavamo era al capo opposto del bagno e della stanza in cui a volte dormivo. A collegarle, solo un unico lunghissimo corridoio.
Quando spegnevi le luci, questo lungo corridoio buio per me si trasformava in un incubo a occhi aperti.
I miei giocattoli erano al capo opposto di questa strada nera e oscura: per percorrerla, a passo normale di bambina, ci volevano quasi venti secondi.
Ogni passo significava addentrarsi nel vuoto.
In quei secondi correvo velocissimo, perché avevo il terrore delle ombre attorno a me. Sentivo il nero del buio addosso, lo sentivo così tanto che ancora oggi mi chiedo come sia possibile per una bambina avere quella sensazione così forte sulla schiena.
Per non sentire tutto ciò, provavo a bruciare i secondi, arrivavo nell’ultima stanza quasi scivolando. Stendevo il braccio corto lungo il muro e accendevo la luce.
Trionfante, mi appoggiavo all’interruttore come se con quel gesto stessi disinnescando una bomba, quella dentro la mia paura.
Altre volte, crescendo, ho provato ad andare più lentamente dentro quella lingua nera e ignota, per dimostrare che ce la potevo fare, che potevo non scappare, non correre: potevo camminare nel buio, senza averne paura.
E dovevo affrontare questo sempre, ogni volta che di sera dovevo raggiungere un’altra stanza.
Tu mi amavi ma non hai mai acceso la luce in quel corridoio e io non ho mai insistito con te per farlo: forse perché eri anziana e ti muovevi con lentezza, forse perché, per te, di quel buio non bisognava aver paura.
Qualunque fosse la ragione, ti ringrazio.
Perché solo vivendo con te ho capito cosa vuol dire correre per accendere una luce e camminare dentro le proprie ombre, anche quando hai paura del loro vuoto.
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