La mia natura.

È assurdo che siano passati 4 anni e che mi trovi ancora qui a parlare proprio con te.

Ti chiedo scusa per questo continuo molestarti, tu che forse vuoi solo restare lassù ed essere lasciata in pace.

Ti chiedo scusa, ma per me la morte è solo una porta da evitare di attraversare, non una alla quale non si possa bussare: quindi ogni tanto batto un colpo per vedere se ci sei, mi appoggio sul legno in silenzio, sento il tuo silenzio sereno dall’altra parte e, sperando che tu abbia voglia di ascoltarmi, ti racconto una storia.

Ho preso l’abitudine di parlarti in continuazione per colpa tua, d’altro canto.

Ho iniziato alle elementari: tu mi invitavi a venire da te per raccontarti ogni singolo dettaglio della mia giornata, ricordi? La scuola, i bambini, i compiti, i miei temi, i giochi, il giardino, i gatti, le storie partorite dalla mia fantasia.

Il nonno ascoltava in silenzio, un po’ seccato, un po’ indolenzito dalla demenza senile, ma tu invece, con gli occhi tranquilli e liquidi dei cavalli, mi seguivi in ogni parola.

Saltavi con me dentro ogni emozione: io ti lanciavo nuovi giorni in corsa, tu li afferravi a due mani, attenta a non farti sfuggire niente.

E allora anche oggi ti racconto una cosa che mi ha fatto pensare a te.

Sono stati giorni un po’ strani, tu lo sai.

Fuori al balcone di casa di tuo figlio ho trovato un pacchetto di fiammiferi.

Hai capito, vero?

Hai capito che mi riferisco a quando ogni volta mi trovavi in cucina a giocare con i fiammiferi.

All’inizio me li strappavi di mano e mi sgridavi.

“Non si gioca con il fuoco, disgraziata!”

E invece, puntualmente, tornavo in cucina per accenderne uno, due, tre, quattro: ero incantata dalle sfumature di colore delle fiamme, dalla combustione del legno, dal suo lento consumarsi; e poi mi piaceva l’odore del fumo, che mi faceva tossire.

“Diventerai una piromane”, dicevi tra l’indignato e il rassegnato.

Ma tu sapevi che non avrei mai fatto male a una mosca: per me, giocare col fuoco era giocare con le leggi della natura.

Così iniziai a giocare col fuoco, contro il tuo volere.

Alla fine ti dovesti arrendere: il fuoco divenne il gioco che condividevo con te.

Accendevo vari fiammiferi facendoli bruciare in diversi e poco fantasiosi incroci pirotecnici.

Volevo diventare padrona del fuoco e non avevo paura di fartelo vedere: accendevo un fiammifero e lo bruciavo tutto, da punta a punta, afferrando al volo l’estremità già bruciata per far ardere quella opposta.

Questa maestria di coraggio e velocità per me era motivo di vanto e te lo mostravo come gli animali portano le prede al proprio padrone.

Mi sentivo un’eroina in grado di gestire un elemento della natura.

Tu alla fine ti rassegnasti: prima di accendere i fornelli, chiamavi direttamente me, così che potessi rendere il mio gioco utile alla tua cucina. Era il tuo modo di giocare insieme a me.

Oggi, sul balcone di mio padre, ho riprovato ad accendere un solo fiammifero, con un’unica fiamma in un’unica volta, dopo vent’anni: ti sembra stupido, ma credevo di non essere più in grado. E invece nonna, sono felice di dirti che, nonostante tutto, sono ancora padrona della mia natura.

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